Interviste

ESCLUSIVA – Repice: “La Serie A aspetta il no del governo, avrebbe vinto la Lazio. Milan, tieni Maldini e Pioli. Inter? Il triplete come nel ’60”

Francesco Repice, una voce dalle mille emozioni. Con il radiocronista di “Tutto il calcio minuto per minuto” abbiamo avuto la possibilità di parlare di ripresa del campionato, problemi economici e emozioni calcistiche. La voce di RadioRai è stato ospite di #SportLabLive, format web di sport-lab.it, per un’intervista trasmessa anche in TV su Canale 85.

Qui il video integrale dell’intervista

🔴 #SportLabLive 4️⃣ con Francesco Repice

🎙live con Francesco Repice, radiocronista di “Tutto il calcio minuto per minuto”🎤 conducono Tommaso Franchi e Antonello Gioia📺 in diretta TV su Canale 85 (ch. 85 DTT)📱 in streaming su www.canale85.it🖥️ Sport-Lab.it

Posted by Sport-Lab.it on Sunday, 17 May 2020

Sig. Repice, in questi giorni c’è chi parla di una ripresa del campionato al 99,9%, chi invece invoca maggiore cautela. Dove pende maggiormente la bilancia?

Sinceramente non lo so. Si sono inseguite tantissime voci, una sopra all’altra. Non so dirvi come andrà a finire questa storia, ma so il motivo per cui si sta cercando di arrivare a giocare le partite mancanti. C’è bisogno di incassare la quarta rata della piattaforma televisiva da parte dei club. Faranno di tutto per giocare. Come, non lo so. Anche perché in Bundesliga tutto mi sembra meno che pallone.

Parlando di calcio, facciamo finta che si sia deciso di ricominciare. Chi potrebbe vincere lo scudetto tra Juventus, Lazio e Inter?

Se me lo avessi chiesto prima ti avrei detto la Lazio. Entusiasmo, forza, un’annata baciata dalla grazia. Non aveva impegni europei a differenza della Juventus e dell’Inter, che avevano anche la Coppa Italia. Penso anche che la Lazio se lo meritasse il campionato. Adesso non so cosa potrebbe accadere, perché cambiano tutti i fattori. Però, non so davvero dirti. Non trovo sia giusto esporre teorie fantasmagoriche che poi lasciano il tempo che trovano. Lasceremo parlare il campo in una lingua diversa, di certo non quella prima della pandemia.

Quali saranno le difficoltà per le squadre che dovranno giocare nelle competizioni europee?

Faranno fatica per le tante gare ravvicinate ad agosto. Questo è un mare di misteri, che non conosciamo. Ricominciare è difficile. Una situazione invalutabile. Paradossalmente, facendo l’esempio del Lione, potrebbe allenarsi con più rabbia visto che non ha il campionato. Siamo davanti a un universo confuso.

Un universo confuso in cui si sono mossi tanti protagonisti, da chi voleva ripartire a chi invece no.

Tutti avevano i propri interessi, ma la verità è una. Loro aspettano sostanzialmente che il governo dica di “No”. Andando a ricorso il contratto con le piattaforme televisive potrebbe avere un minimo di successo. In caso di stop governativo non arriverebbero questi soldi da parte dei club. Col ricorso si potrebbero prendere anche i soldi pur non giocando. I soldi li perdono. Ora infatti sembrano tutti amici, compatti per la ripresa.

Repice, la carriera da radiocronista

A proposito di far parlare il campo, qual è stato il momento della sua carriera in cui ha provato le emozioni più forti?

Sono tanti, non solo da radiocronista ma anche da inviato della Nazionale. Indubbiamente la notte di Dortmund, la semifinale Italia-Germania ai Mondiali del 2006. Nemmeno la notte con la donna più bella del mondo può eguagliare una simile emozioni. Arrivammo al Westfalen Stadion accolti da “Pizza Arrivederci”. Voi capite che il secondo pallone di Del Piero fu un momento di libidine difficilmente ripetibile. Quella è stata un’emozione enorme, anche se da inviato.

La stessa risposta che ci ha dato il professor Castellacci

Lo capisco. Una soddisfazione di quelle che ti rimangono per tutta la vita, anche perché non era facile per niente. Fabio Cannavaro di quella gara mi ha detto una cosa che mi ha confermato anche a quattr’occhi. Mi ha raccontato che aveva visto negli occhi i tedeschi. Li ha fissati intensamente e ha pensato “Questi si stanno c*****o adosso”. L’ha detto anche a Buffon. Aveva ragione.

Tornando sulla sua carriera da radiocronista, ti mancano le radiocronache?

Mi manca lo stadio. Sono un tifoso di curva, sono stato in trasferta. Mi manca quel boato, quell’attesa, quella grinta. Mi mancano quelle cose lì, tutti quegli aspetti di un rito laico. La radiocronaca me la posso fare anche da solo davanti una partita, anche per allenamento. Mi esercito per rendere ancor più fluido il linguaggio, magari inserendo dei vocaboli nuovi.

E il giocatore che la ha impressionato di più?

Ce l’ho qua (indica la maglietta dove giganteggia una foto di Francesco Totti, ndr). Lui mi ha regalato emozioni inenarrabili.

Può essere, secondo lei, il più forte “dieci” italiano di sempre?

Sì. Non ho dubbi. Sono tutti fortissimi, ma fanno un ruolo. Lui ne fa quattro. Ala sinistra, seconda punta, prima punta, mezz’ala. In più, segna più di tutti, 306. Sugli assist, non si possono contare. In più in una squadra che non vince e nonostante questo rimane il più forte di tutti. Non ci sono paragoni.

Qual è la Roma che ha più amato?

Io amo la Roma. Anche in terza categoria. Non faccio classifiche. Amo quei colori, amo quella maglia. Non ho mai fatto questo tipo di classifiche. Le ho amate tutte alla stessa maniera.

Tornando a quanto detto prima, qual è stato il suo più grande rimpianto da radiocronista?

Non sono partite, sono due eventi che avrei voluto raccontare e non ho fatto per un motivo tempistico. In primis le Olimpiadi del 1936 a Berlino, perché raccontare Jesse Owens che fa venire l’ulcera a quello seduto in tribuna (Adolf Hitler) sarebbe stato meraviglioso. Sarebbe stato bello disintegrare la stupidità di un pensiero, dimostrando che era un pensiero totalmente osceno. Poi mi sarebbe piaciuto raccontare “The Rumble in the Jungle”, lo storico incontro di pugilato a Kinshasa tra George Foreman e Muhammad Ali.

Lei ha raccontato gli eventi più importanti del triplete dell’Inter: che ricordi ha?

Ho un ricordo molto particolare della finale del “Bernabeu”. Seguivo l’Inter in tutta Europa, ma ho avuto l’impressione di vivere un qualcosa che non avrei mai potuto vivere. Più che l’Inter leggendaria degli anni ’60, mi ha ricordato il clima di quel periodo associata all’internazionalità dell’Inter; un’Italia che usciva in maniera prepotente da una crisi economica gravissima con il “boom”, trainata dalla Lombardia e dall’Inter che, in quegli, anni era diventata di tutti. Quel tifo lì mi faceva pensare alla Milano con la nebbia, alla Milano dei lavoratori che pensavano al lavoro e alla loro nazione e che tifano Inter. Nel 2020, ho ripensato a questo: a tutti quei ragazzi con la maglia dell’Inter, che magari la mattina vanno normalmente a lavorare nelle fabbriche e nell’interland milanese… Subito dopo il fischio finale, infatti, mi venne in mente di declinare la formazione nerazzurra degli anni ’60. Volevo che il triplete fosse questa cosa qui, quel Paese che siamo stati e che vorrei fossimo di nuovo.

In che modo l’Inter attuale potrebbe tornare a quei livelli?

Servono altri due-tre anni di Antonio Conte e due innesti di quelli come si deve, poi il fuoriclasse ce l’hanno in panchina… Ricordiamoci che Conte con l’Italia spaventò l’Europa nel 2016.

Cosa ricorda dell’esperienza ad Euro2016?

Conte mi fece uno scherzetto mica da ridere… Io alloggiavo a Montpellier vicino ai campi di allenamento degli azzurri e ogni giorno, facendo finta di fare un po’ di footing (mai fatto nella mia vita, tra l’altro), spiavo Bonucci e compagni da una collinetta; infatti, presi le formazioni delle prime due partite. Conte deve aver capito il mio “trucco”, tanto da farmi trovare, durante la terza settimana, l’anti-terrorismo francese con cani enormi a presidiare la collinetta stessa. E quando vidi Antonio lui rideva sotto i baffi…

Prima di Italia-Spagna, tutti dicevano che gli spagnoli fossero più forti e Conte lo confermava, precisando, però, che “poi c’è il campo”. E infatti ad ogni radiocronaca io gridavo che bisogna dimostrarlo sul campo di essere più forti, a parole son bravi tutti. Quell’Europeo fantastico ce l’hanno rovinato quei due con i due calci di rigore contro la Germania… sono gesti tecnici che sono i grandi campioni possono fare, loro no. Altrimenti lì avremmo scritto la storia, avremmo fatto piangere i tedeschi un’altra volta.

Il calcio italiano… che cambia e non cambia

Cosa ne pensi della questione societaria in seno al Milan e della possibile rivoluzione societaria?

In questa stagione Juventus, Inter, Roma, Napoli e Milan hanno cambiato allenatore, sistemi di gioco e metodi di lavoro. Due squadre sono rimaste così com’erano: Lazio e Atalanta. Qual è stato il calcio migliore espresso quest’anno? Lazio e Atalanta, non ci sono dubbi. Per quanto riguarda il Milan, io prima di rinunciare a uno che si chiama Paolo Maldini (lo ripete più volte scandendolo, ndr) io ci starei attento: non ne conosco molti che sappiano di calcio più di lui. Starei attento a cambiare tutto di nuovo: bisogna lavorare per 2-3-4-5 anni con lo stesso metodo, aggiungendo ogni volta innesti giusti, ma senza fare rivoluzioni. Prima di rinunciare a Pioli, persona per bene e molto seria, starei attento perché è uno bravo, ma bravo vero. Nulla contro Rangnick e contro gli stranieri in Italia, se uno è forte è forte e va comprato. E poi io non so quanto Gazidis capisca di calcio…

Perché, dunque, si tende a investire all’estero e non per settori giovanili italiani?

Bisogna che si defiscalizzino gli investimenti sui settori giovanili, perché altrimenti i “padroni del vapore”, grandissimi imprenditori e maghi del capitalismo, andranno sempre a cercare altre strategie all’estero, perché costa di meno.

Rivedremo mai una generazione di italiani forte come i mostri sacri giunti al culmine del 2006?

Abbiamo avuto dei giocatori nati nel ’70 pazzeschi, senza senso, con un talento inaudito. La Nazionale del 2002 poteva essere fermata solo con uno spacciatore di eroina come l’arbitro Moreno, eravamo troppo forti. Poi, negli anni ’80 ne sono nati due: Cassano e Balotelli; il primo era forte forte forte forte, aiutatemi a dire forte… Ma non hanno avuto la testa per diventare grandi campioni a livello internazionale. Adesso solo Zaniolo potrebbe, potenzialmente, arrivare a quei piani lì.


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