Motori

Ciò che non lo uccise lo fortificò: c’è tanto da imparare da Niki Lauda

Cappellino rosso, sorriso mediterraneo, un italiano ancora vivo. Ad un anno dalla sua scomparsa, l’immagine di Niki Lauda ai microfoni dei giornalisti sulla griglia di partenza è ancora piuttosto chiara nella nostra mente. L’importante è che essa, accompagnata dalle virtù sportive che ne hanno contraddistinto la carriera, non vada mai via. Scrivo da appassionato di sport, da fedele uditore del rombo del motore di una monoposto da Formula1, da amante della vita: non ci scordiamo mai l’esempio di sport che è stato Niki Lauda.

Amare lo sport significa non mollare mai e Lauda ce l’ha insegnato tornando in pista 42 giorni dopo il terribile incidente in Germania che ne compromise l’aspetto estetico. Amare lo sport significa inseguire i propri sogni e Lauda ce l’ha dimostrato diventando un pilota, andando contro la volontà paterna che vedeva in lui l’ereditiere della storica banca di famiglia. Amare lo sport significa praticarlo con tutto ciò che il talento impone e Lauda lo ha fatto vincendo tre titoli mondiali (perdendo quello del 1976 solo per l’incidente prima citato). Amare lo sport significa imparare anche dai momenti bui, avendo il coraggio di spiccare il volo quando si pensa di toccare il fondo:

Ciò che non ti uccide, ti fortifica

Scriveva così Friedrich Nietzsche, tra i più importanti filosofi moderni. Se questa frase l’avesse pronunciata Lauda, però, nessuno avrebbe da obiettare. D’altronde, lui ce lo ha testimoniato con la sua vita.

Lauda, il ricordo di Hamilton

“Era una persona positiva – ha ricordato Lewis Hamilton parlando di Lauda – divertente, aveva sempre le storie più belle da raccontare. Era un corridore nato naturale. Pensava sempre a come si può migliorare. Il suo segnale del lavoro ben fatto era lui che si toglieva il cappello. Mi chiedeva sempre che cosa mi servisse per migliorare, era una fissazione, una lezione da ricordare. Il team va guidato, bisogna fare domande, spingere, anche se tutti stanno già spingendo. È come quando ti alleni in palestra da solo e pensi di fare dieci flessioni o dieci panche o qualunque cosa sia e arrivi a nove e non pensi di poter fare di più. Ma spesso quando hai qualcuno lì, può spingerti a dodici o tredici. Quando pensi che stai spingendo al massimo, puoi ancora spingere un po’. Questo mi ha insegnato Niki”.

Antonello Gioia

22 anni, diplomato al Liceo Classico. Laureando in Comunicazione Sociale Istituzionale presso la Pontificia Università della Santa Croce di Roma. Scrivo per ilMilanista.it e collaboro con CittacelesteTV, Rai Radio 1 Sport e RadioSei.

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