Calciomercato: istant team o linea verde? La dicotomia all’Italiana

Nell’epoca del calciomercato 2.0, il coraggio di fare di necessità virtù è andato ben oltre il semplice valore idealistico.

Arturo Vidal, acquistato dall'Inter in estate [foto @inter]

Ormai è noto a tutti quanti: il calciomercato è stato totalmente rivoluzionato dall’emergenza sanitaria. Scordiamoci i colpi faraonici dagli 80 milioni cash che hanno fatto impazzire i titolisti di tutto il mondo o le possibili rescissioni con clausole mostruose. Il modus operandi delle società calcistiche del mondo  – escluso il caso Abramovich che, a sua volta, ha una storia totalmente a sé – è cambiato drasticamente. Non a caso è stata il primo mercato negli ultimi dieci anni con la casella degli arrivati al Real Madrid tristemente dominata dallo zero.

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In Italia questa tipologia di approccio al mercato ha iniziato a modificarsi pian piano negli ultimi anni. Ciò ha permesso di tracciare e definire totalmente due linee di pensiero che possono essere riassunte con il classico dualismo tra l’“Oggi” e il “Domani”.

L’instant team

Quest’anno, ad esempio, tra le tre candidate allo scudetto, le due vecchie superpotenze Inter e Juventus hanno deciso di adottare, salvo una singola eccezione per parte, la filosofia dell’istant team (termine che ha morbosamente tiranneggiato su ogni articolo sportivo del Bel Paese durante l’estate). Giocatori forti, con qualche, se non molte, stagioni alle spalle, capaci di portare immediatamente una mentalità vincente alla squadra e, possibilmente, qualche titolo.

Ed ecco che a Torino si sono avvicendati Arthur Melo, Federico Chiesa (quasi un veterano, vista l’età di esordio) e, dopo il fallimento Suarez-Dzeko, la vecchia conoscenza spagnola Morata. L’unico vero “salto nel vuoto” è stato rappresentato dal fiammeggiante Kulusevski. Arrivi che definiscono la storia recente juventina caratterizzata dai vari Matuidi, Khedira, Daniel Alves, Evra, Higuain ecc.
Sponda nerazzurra è successo quasi lo stesso, con Conte che ha avuto finalmente i “suoi” uomini di esperienza. Dopo il fallimento Godin ecco arrivare a Milano Vidal e Kolarov, oltre al già rodato Young, i quali dovranno ridefinire l’ossatura mentale della squadra; c’è anche il super talento Hakimi (il quale arrivo, per modalità, ricorda quello di De Ligt della passata stagione). 

Mosse vincenti?

Una filosofia che, idealisticamente, porterebbe a vincere subito, senza dover aspettare ambientamento, maturazione e tutti gli inconvenienti dati dalla gioventù.  Siamo sicuri che questa filosofia possa essere sostanzialmente efficace nell’epoca lugubremente rappresentata dal  Covid? In un mondo dove il calcio sta vivendo la sua più grande crisi economica dal dopoguerra, vedere rose con l’età media sempre più alta, e un monte ingaggi faraonico, probabilmente potrebbe essere più che un semplice azzardo. Il tifoso medio, ovviamente, non converrà su questo pensiero, perché in fin dei conti cosa c’è di più bello se non vedere la propria squadra vincere un trofeo? Tolti gli eterni romantici affascinati da fumogeni e cori (sottoscritto incluso), tutti quanti risponderebbero con un  perentorio “niente”.

La politica della linea verde

Ed ecco che, di pari passo, si affaccia la politica della rinascita. La linea verde non solo finalizzata alla golosa plusvalenza e ai pareggi di bilancio, ma anche alla costruzione effettiva di qualcosa di importante e concreto. Questo approccio è stato abbracciato totalmente dalla già citata Roma, soprattutto dal nuovo presidente Friedkin, dal Milan e, magistralmente, dall’Atalanta. Un modello che sostanzialmente si avvicina molto a quello approvato, da anni, dal Dormund, l’Atletico o lo stesso Real del post Ronaldo.

Attenzione, queste società, e molte altre non menzionate, sono tutto fuorché il semplice, quanto banale, esempio di “Davide contro Golia”. Sono, in realtà, autori di un modello organizzativo ben definito che ha dato più volte prova di una forza che va ben oltre il semplice bilancio. D’altronde abbiamo visto fin troppe volte sperperare milioni, o miliardi, per campagne acquisti fallimentari e incapaci di saper valorizzare realmente l’uomo ancor prima del calciatore, con ragazzi svuotati totalmente del proprio valore tecnico per essere messi all’interno di un macchinario (vincente?) incapace di assimilare l’elemento alieno della situazione. 

Non ce ne vogliano i dirigenti dello United (per dirne una) o quelli del Barcellona vedovo di Xavi e Iniesta, ma, probabilmente, anche in un’epoca storica dove siamo obbligati a fagocitare, inconsciamente o meno, il nostro tempo a favore di un risultato effimero, il piacere di vedere nascere qualcosa per una propria intuizione splenderà sempre di una bellezza propria e mai riflessa

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