C’era una volta Cesarini: Caicedo, Salvador della Lazio

Ci vuole tanto per diventare Felipe Caicedo, salvatore degli ultimi secondi.

Felipe Caicedo, attaccante ecuadoregno della Lazio [foto @OfficialSSLazio]

Prima di Caicedo, una parentesi. Monaco di Baviera, Germania Ovest. È il 5 settembre del  1972. Un commando di terroristi palestinesi invade il villaggio olimpico, uccide due membri della squadra olimpica israeliana, trattenendone in ostaggio altri nove. È una vera e propria tragedia sportiva. Il tentativo di liberare gli ostaggi da parte delle forze dell’ordine termina in un dramma, un episodio divenuto col tempo noto come “il Massacro di Monaco”.

Il mondo dello sport in primis, ma in generale tutta l’umanità, ricorda con grande tristezza la disgrazia avvenuta quel giorno, desiderando di poter tornare indietro nel tempo e sovvertire quella folle azione fatta dall’organizzazione “settembre nero”.  Cercare qualcosa di positivo nel flashback di Monaco è impossibile. È un evento nato dall’odio che dissolve brutalmente l’aura di pace di cui lo sport si fa promotore, un impulso che pone le sue basi nel razzismo. Ma forse qualcosa di buono c’è.

Già, perché il 5 settembre è anche la data di nascita di persone speciali, come Freddie Mercury, il frontman dei Queen, che ancora oggi è l’aquilifero della vittoria dello sport grazie alla canzone “We are the champions”. Ma è anche il giorno della nascita di un calciatore che, più di ogni altro, è famoso per essere in grado di rovesciare le sorti di un evento, che in tanti vorrebbero aver fatto quel giorno maledetto a Monaco.

Ma non solo. È un uomo di colore vittima spesso di razzismo, ma che combatte, attraverso il calcio, per sovvertirlo, come in ogni partita in cui si rende protagonista, segnando all’ultimo secondo. Il suo nome è Felipe Salvador Caicedo Corozo, “il panterone” della Lazio.

Caicedo, Salvador dall’infanzia difficile

Come tanti altri calciatori del sud America, ha un’infanzia difficile. Nato a Guayaquil in Ecuador, dove la delinquenza è padrona e la droga imbianca i vari angoli e vicoli del quartiere dove è cresciuto, c’è solo un modo per salvarsi da un futuro complicato: il calcio.

“Non è stato facile anche perché la mia famiglia era povera. Mia madre era casalinga, mio padre vendeva frutta secca allo stadio e doveva sfamare me e altre cinque sorelle. Ma ho sempre sognato di diventare calciatore nonostante mia madre volesse che continuassi gli studi”.

Già, perché la laurea in informatica e la passione per i computer gli avrebbe consegnato un futuro in giacca e cravatta, magari responsabile di un team in qualche azienda Basic Input Output System. E invece no. È grazie ad un reality show, si, è così, che Felipe Caicedo si mostra al calcio sudamericano che conta. “Camino a la gloria” un programma in stile “Campioni” nostrano, per chi ne ha memoria, lo porta a fare uno stage al Boca Juniors. Ha così inizio la carriera della pantera.

Tutti conoscevano Bagheera e nessuno osava tagliarle la strada perché era astuta come Tabaqui, coraggiosa come il bufalo selvaggio e temeraria come l’elefante ferito. Ma aveva una voce dolce e una pelle più morbida della piuma.                  

Rudyard Kipling – Il Libro Della Giungla

Chiamato anche “el gigante dormido” oppure “Presidente”, datogli proprio dal leader dell’Ecuador che lo incitava nel continuare a segnare per la Nazionale, così da meritare il suo posto, Felipe Caicedo in realtà non è mai stato un grande goleador. Le sue virtù calcistiche sono altre e nei vari club in cui ha militato, e sono tanti, ha sempre mostrato altre caratteristiche come quelle indiscutibilmente fisiche insieme a pregi tattici fondamentali per il gioco di squadra.

Dal fisico possente, gode della sua esplosività, sfruttandola nella profondità, in verticale, aiutando la squadra a salire e liberando gli spazi ai compagni di reparto. Una pantera nera pronta però a graffiare e tendere anche agguati appena possibile, e come lo splendido animale da cui prende il soprannome, protettiva del suo territorio e verso i suoi compagni.

Protezione che riversa con maggiore attenzione nella sua amata famiglia. Ogni pantera, infatti, delinea il suo spazio e la sua missione è di proteggerlo da tutti coloro che desiderano entrarvi. È ciò che fa con gli amori della sua vita, la moglie Maria e la figlia Noa, le principesse della sua fiaba, coloro che gli hanno sempre dato la forza di abbattere ogni muro che si è trovato di fronte, dalle calcistiche alle razziali.

Valigia in mano e via

La sua carriera, tra discriminazioni e valigia in mano, è stata dura. Cambia spesso casacca, Basilea, Manchester City, Sporting Lisbona, Malaga, Levante, Lokomotiv Mosca, Al Jazira ed Espanyol, prima di mettere le radici a Roma, sponda biancoceleste, nella Lazio di Simone Inzaghi, colui che più di ogni altro allenatore ha creduto fortemente e crede tuttora nelle sue qualità:

“In ogni paese ho avuto un’esperienza positiva, e quello che ho vissuto mi ha aiutato ad essere una persona migliore, più tranquilla e con le idee più chiare”

Quando parliamo di razzismo, è toccato in prima persona. Un giornalista peruviano lo etichettò come scimmia, ma il popolo di Internet espresse grande solidarietà verso Caicedo che ringraziò i suoi tifosi per aver condannato l’episodio. Le sue spalle larghe e la forza della moglie lo hanno aiutato in questa battaglia. Maria, infatti, è intervenuta contro il razzismo sui social:

“Il nostro mondo è così bello. Amo le vostre famiglie e ogni persona in questo mondo… Usa l’hashtag #WeareallHuman per diffondere l’amore e aiutare le persone a sapere che la violenza non è la strada giusta… tutti siamo umani e insieme possiamo sradicare tutti i pregiudizi, tutto il razzismo e tutto l’odio”

Il guerriero dell’Ecuador

Ma Caicedo, nonostante le difficoltà, è sempre stato un guerriero. In Ecuador anni fa, gli fu dedicato un documentario: “La historia de un Luchador”, quanto basta per raccontare la sua fiaba. Una storia che diventerà presto mito. Nel 2017 approda alla Lazio. È qui che da bidone, è passato ad essere panterone.

Cerco sempre di fare ciò che non sono capace di fare, per imparare come farlo                      

Pablo Picasso

Per raccontare questi tre anni vestiti di biancoceleste, basterebbe ricordare l’episodio di Crotone. La Lazio se la gioca in terra calabrese per tornare in Champions League, ma nel momento propizio, che capita sui piedi di Felipe Caicedo, l’ecuadoriano sbaglia il più facile dei gol.

I ragazzi di Simone Inzaghi perderanno poi lo scontro diretto all’ultima di campionato contro l’Inter, lasciando svanire ogni possibilità per l’Europa che conta. Il colpo è durissimo per Caicedo, il morale sotto le scarpe, per i tifosi diventa ufficialmente l’attaccante più scarso degli ultimi anni laziali. Ma il dipinto cubista può raffigurare diversi punti di vista del soggetto in questione e uno di questi è quello del Caicedo “Luchador”, il combattente.

“Essere sotto pressione mi motiva”. E allora ecco la rivalsa. Ecco la pantera nera che sovverte il pronostico, cambia il destino, muta la voce del popolo e dei suoi compagni di squadra. Arriva il gol nel derby. Poi la doppietta alla Sampdoria, i gol decisivi nel corso degli anni con Empoli, Frosinone, Sassuolo, Udinese, Cagliari, tanto da conquistare il cuore del tifoso biancoceleste, la Curva Nord, e di diventare un idolo sui social.

Amami o faccio un Caicedo è il motto, c’era una volta Cesarini, ora c’è la “zona Caicedo”. Già, perché il panterone si specializza nei gol dell’ultimo respiro. Emblematici gli ultimi in questa stagione contro il Torino e la Juventus. Anche la Mole si è dovuta inchinare al passaggio del predatore, che graffiando inesorabile, ha lasciato il segno dei suoi artigli.

Caicedo e i compagni

Lo ha fatto persino in Russia contro lo Zenit in Champions League, a meno di dieci minuti dalla fine. I suoi compagni di squadra lo adorano, senatori come Ciro Immobile e Francesco Acerbi hanno commentato: “Mo’ dite ancora che è c..o. Ti amo, bestione“ le parole del compagno di reparto. “Non so come faccia Caicedo a segnare sempre all’ultimo, non c’è una spiegazione logica. Per fortuna lo abbiamo noi” quelle del difensore.

Il merito di tutto questo? Di Simone Inzaghi per averci creduto, della moglie per averlo sempre aiutato a non mollare mai, frase che per un laziale è più di una poesia, ma soprattutto del panterone. Un uomo che non ha paura di dire le cose come stanno, vedi la risposta data al presidente della Federcalcio ecuadoriana, al tempo in cui lasciò la Nazionale. Venne accusato di non avere attaccamento alla patria. Caicedo rispose:“Per 15 anni ho difeso e ho ucciso per la maglia della nazionale, non venire a darmi lezioni”

Felipe Caicedo è romantico e caparbio. Come un eroe da trincea che con una mano impugna la penna e scrive lettere alla sua amata nella speranza di rivederla. Con l’altra mano tiene stretto il fucile e s’immola per il plotone. In occasione della festa per i centoventi anni della squadra biancoceleste ha usato queste parole: “Siamo una famiglia, felice di far parte della storia di questa squadra”.

Felipe Caicedo è diventato icona di un calcio che tutti in Italia vorremmo fosse vero, pulito. Ma in una giungla come quella della Serie A, il panterone cammina comunquefiero e agguanta la preda, condividendo il pasto con l’aquila che sorvola il cielo tinto di Lazio.

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