Due anime in un uomo: la storia di Antonio Conte

L’epopea di un uomo con la vittoria come chiodo fisso.

Foto dal profilo Twitter di Giancesare Sonzogni (@giance_youri)

È inevitabile. Quando si parla di calcio, l’immaginario di tutti è il campione che sfreccia con la palla incollata ai piedi, il grande gesto tecnico, la rete dopo la meravigliosa azione corale della squadra passata alla storia. Ma un ruolo chiave spesso sottovalutato nel raccontare gesta calcistiche è soltanto uno: l’allenatore. E allora ci viene subito in mente un nome: Antonio Conte.

Ciò accade spesso, in effetti perché mai una persona dovrebbe identificarsi in un lui piuttosto che nel classico numero 10? La risposta è molto semplice. Perché al di là delle sue virtù più disparate, dall’essere sergente di ferro a maestro di calcio per i giovani, è il padre caratteriale degli undici che vanno in campo, colui che trasmette il suo temperamento, che mette la firma alla fine di ogni circolare. Per dirla con un’espressione più marcata: è quello che ci mette la faccia.

Calciatore vincente con la sua Juventus, di cui è stato anche capitano, una volta divenuto allenatore ha portato con sé quelle abilità fondamentali, quali grinta, corsa e intelligenza calcistica che avevano dipinto la sua carriera prima di appendere gli scarpini al chiodo e indossare giacca e cravatta in panchina.

Un uomo di rilevanza in questo sport, visto che in pochi anni ha guidato compagini come Juventus, Chelsea in Inghilterra, la nostra Nazionale e ora l’Inter, portando quest’ultima in finale di Europa League, evento che nello stivale non accadeva dal Parma stellare di Alberto Malesani nel ’99.

Non mi giudicate per i miei successi ma per tutte quelle volte che sono caduto e sono riuscito a rialzarmi

Nelson Mandela

Salentino doc, riceve fin da piccolo un’educazione severa, nozioni fondamentali quali il sacrificio per arrivare al risultato e la voglia di credere nelle proprie virtù. Cresce da condottiero, fin da quando nei primi passi della sua carriera da calciatore, si rialza da un grave infortunio alla tibia e si conquista la fiducia della Juventus allenata da un grandissimo del calcio italiano: Giovanni Trapattoni.

Una doppietta nel derby contro il Torino lo elegge idolo incontrastato della tifoseria bianconera e così accadrà anche nel periodo successivo da allenatore. Ecco, l’allenatore. Un ruolo difficilissimo ma Antonio Conte mostra subito di che pasta è fatto.

Seppur l’inizio sia stato un insuccesso, vedi l’esonero e la retrocessione con l’Arezzo, nel 2007 sulla panchina del Bari conquista la salvezza con grande facilità, avviando il percorso di crescita che piace a lui, fatto di carattere, grinta, aggressività e voglia di vincere.

Nel 2009 infatti, porta la squadra pugliese nella massima serie e la sua fierezza comincia a mostrarsi evidente. Il ricordo di una delle conferenze stampa ne è testimonianza importante:

“Volevo giocare in A con le mie idee: Conte è questo. La società era consapevole di cosa significasse sposare il mio progetto, sostenere la mia idea di calcio, lavorare con il mio staff, seguire precisi metodi di allenamento. Venuta meno la fiducia, ho preferito la risoluzione consensuale. Non c’era più la condivisione del progetto tecnico, sul quale ci eravamo trovati d’accordo solo tre settimane fa. Voglio precisare che il successo non mi ha dato alla testa, ma mi ha solo responsabilizzato di più”

Lascia il Bari per l’Atalanta ed è un passo troppo lungo che lo porta al secondo scivolone della sua carriera, un altro esonero veloce. Ma lui è sempre stato un guerriero mai domo. Accetta successivamente la panchina del Siena e raggiunge l’ennesima promozione in serie A, mostrando anche questa volta una squadra grintosa, dal pugno duro e combattiva.

Già, perché è meglio non far innervosire Antonio Conte o lo sentirete urlare con tanto di eco. È un vero show un’altra delle sue conferenze stampa. Quando viene criticato in merito allo stato fisico dei suoi calciatori, in maniera decisa risponde:

“Ringraziate il Signore che c’è Conte a Siena… Gufi, state a casa… Noi ci andiamo in Serie A, poi che non salga nessuno su quel cazzo di carro”

A Siena trova un amore mai dimenticato, ma non è la squadra in sé, bensì i colori che si è sempre sentito addosso, il bianconero. Più deciso che mai, lascia la Toscana e accetta la sfida più grande, tornando al suo grande amore.

La Juventus da allenatore

È il 2011, è la volta della Juventus. È come indossare di nuovo la maglia in mezzo al campo, la fascia da capitano. Mette dentro tutto, corpo, anima, un crogiuolo di emozioni. Ogni gol della sua squadra è una corsa, un salto, un’esultanza, una fiamma che divampa, anche ai microfoni.

Il famosissimo gol fantasma di Muntari in quel Milan – Juventus è una bomba che esplode tra due contendenti, lui e Zvonimir Boban, all’epoca opinionista di calcio ma soprattutto uomo dal glorioso passato rossonero. E Conte non si lascia sfuggire la frase a effetto: “Togliti la maglietta prima di fare questi commenti.”

Non c’è supermarket dove si compra la grinta: o ce l’hai, o non ce l’hai

Marco Pantani

 Al primo anno segna sul suo score personale 11 vittorie consecutive, il record europeo di punti fatti in una stagione, ben 102, e mette sul taccuino dei ricordi anche una stilettata al grande Fabio Capello che lo punzecchia ai microfoni dopo una delle rare partite in cui la Juventus non aveva surclassato l’avversario.

“Non c’è lui e noi stiamo facendo un torneo amatoriale. Rispettiamo le parole del guru e ne aspetto altre con ansia, da quando ci sono io gli piace mettere becco nelle cose della Juventus… io non gliele mando a dire, che guardi in casa sua e si prepari a fare bene i Mondiali con la Russia, di superare il primo turno.”

L’ultimo Antonio Conte

La storia purtroppo non è così facile da mutare in leggenda. Antonio Conte non è mai riuscito a figurare bene nella massima competizione europea, la Champions League, né con la Juventus e questo gli costò probabilmente la panchina, né con il Chelsea dove vince la Premier League al suo esordio in terra inglese e duella spesso a parole anche con Josè Mourinho, tanto per far capire chi è e sempre sarà Antonio Conte.

Una macchia quella della Champions che però è nulla rispetto a quella legata agli eventi di Calciopoli, dove tornando indietro al 2012, fu squalificato per dieci mesi dalla Commissione Disciplinare della Federcalcio Italiana, disonorando tra l’altro il grande lavoro fatto in Toscana quando allenava il Siena. Ma il passato è passato.

E dopo un anno sabbatico è tornato su una panchina importante, quella dell’Inter, dove al debutto si è preso un secondo posto in campionato, dietro solo alla sua amata Juventus, ma soprattutto una finale europea. E nonostante l’ennesima uscita dalla Champions dopo la rimonta subita in Germania dal Borussia Dortmund, Il presente è ciò che conta. C’è un’Europa League da vincere.

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