Euro2020, l’Italia sfida la Spagna: alla scoperta delle (nuove) Furie Rosse

La Spagna di Luis Enrique ha dimostrato di aver trovato l’ennesima evoluzione dell’ormai biblico tiki-taka. Cosa attenderà gli Azzurri?

Luis Enrique, ct della Spagna [foto @SeFutbol]

La Spagna di Luis Enrique sarà la prossima avversaria dei ragazzi di Mancini, e la sfida vale un posto nella gloria. Il calcio è strano. Ci sono tornei memorabili, altri dove ci si dispera. Alcuni entrano nella leggenda, altri passano in sordina. Le sfide, però, hanno sempre un sapore unico, qualcosa di indescrivibile e che, indipendentemente dall’importanza, narrano una storia a sé. Piccoli frammenti di tempo che si cristallizzano nello spazio di una competizione.

Italia  – Spagna, per certi versi, è proprio così. Una lotta tra due ideologie. Due scuole di pensiero che, con il passare degli anni, si sono sempre più assottigliate fino a sfiorarsi, ma mai incontrarsi.

Un calcio più antico quello italiano, per certi versi, fatto di uno stile e di alcuni diktat imprescindibili. Mediani dinamici e lottatori. Il centravanti boa. Il rinvio lungo ecc. Piccoli dettagli che fanno un insieme più grande.
In Spagna, però, tutto è cambiato quando sulla panchina dei blaugrana si è seduto un uomo che ha rivoluzionato totalmente il calcio. Un uomo capace di rivoluzionare gli schemi sia da calciatore che da allenatore.
In patria è stato definito il Profeta del goal.

Per noi, probabilmente, rappresenterà il giocatore europeo più forte della storia. L’uomo che quando aveva il pallone tra i piedi faceva partire la Quinta sinfonia di Beethoven. Un vento dirompente in costante crescendo che, nonostante l’incredibile bellezza, si abbatteva con funesta furia sulle difese nemiche.
Questo era Cruijff. Questo era il Barcellona. Questo è lo stile insegnato a Guardiola prima, e Luis Enrique poi.
Squadre che, con il pallone, sanno sempre cosa fare. Giocatori plasmati su un unico credo: Se per dimostrare i tuoi sentimenti ad una donna dovrai mostrarle il tuo amore quotidianamente, allora per amare un pallone lo dovrai sfiorare con delicatezza e tecnica ad ogni singolo tocco.

Il tiki-taka.
Il termine che ha terrorizzato gli amanti del catenaccio. Quelli del “palla lunga e pedalare”. Una filosofia più che uno stile. Un modo di esprimere il calcio che si è costantemente evoluto, diventando qualcosa di ben più che fluido.
La Spagna, in questi venti anni, è sempre stata così. Bella, veloce, assurdamente tecnica e letale.
Una squadra che fa del possesso palla e del palleggio il suo mantra e, Luis Enrique, l’hombre vertical, si è fatto portavoce di questi sacri testi, andando ad aggiungere alcune sue pagine.

Le Furie Rosse, a questa edizione europea, si sono presentate con una squadra priva di veri senatori, tolti Busquets e Jordi Alba.

La gioia di Luis Enrique [fonte @Euro2020]


Lasciare a casa Pique e Sergio Ramos è stato un atto di forza e un messaggio chiarissimo: Bisogna guardare avanti.
Il futuro ha vari portavoce: Laporte, Pedri, Oyarzabal, Dani Olmo o Ferran Torres.

La Spagna è una squadra dinamica e rapida, che cerca costantemente di pungere l’avversario con le costanti giocate in verticale pronte ad infiammare un palleggio ipnotizzante proveniente sino dal basso.
Una costruzione che parte dall’area di porta e che non accetta mai di buttare il pallone.

Alzare la palla? Giusto per la testa di Morata o Moreno con i cross a tagliare il secondo palo, ma mai per far avanzare l’azione. Il fraseggio rosso è un pendolo che scandisce il tempo. Un gioco sfiancante che narcotizza l’avversario fino a dargli il colpo letale.

Come toreri, gli spagnoli giocano con la bestia, per poi adoperare l’estoque de descabellar per matare il proprio nemico.

È vero, un tempo i numeri 9 spagnoli facevano tremare le difese di tutto il mondo. Passare da Raul a David Villa, fino a Fernando Torres o Diego Costa, è un lusso che pochissimi privilegiati hanno avuto nella propria storia. Giocatori che hanno stampato il proprio nome indelebile nelle pagine di questo sport.

Oggi è diverso. La Spagna usa giocatori più piccoli, mezze punte o esterni che si accentrano e creano un vortice offensivo difficilissimo da prevenire. E poi, nonostante le indicibili ed insensate critiche (ma è il bello e brutto dell’epoca del 2.0), Morata resta un ottimo ariete offensivo.

Azzurri contro Furie Rosse.
Le idee al servizio del gruppo, contro il gruppo al servizio dell’idea.
Due scuole distinte, ma affascinanti. Due identità che, nel bene o nel male, faranno entusiasmare i nostri cuori ancora una volta.

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