“For those who remember”: riecco Strootman, la lavatrice

Il Genoa riaccoglie in Italia uno dei calciatori più amati degli ultimi anni: il suo ritratto.

Kevin Strootman esulta con i tifosi della Roma dopo un goal alla Lazio [foto @Kevin_strootman]

Ridderkerk, Olanda meridionale. Niente di più semplice, sereno, immacolato. Una tranquillità spezzata solo da piccoli uccelli che s’innalzano e volano via, magari verso Kinderdijk, l’attrattiva più famosa in quelle zone. A meno di dieci chilometri a piedi, infatti, questo parco caratteristico dove passeggiare tra canali e mulini a vento, o farsi una pedalata a pieni polmoni, particolarizza il sud dei Paesi Bassi. I mulini ancora oggi sono utilizzati per il prosciugamento del terreno, come un paio dei diciannove di Kinderdijk, ma l’immagine che più meraviglia non è tanto il mulino in sé, pur bellissimo e affascinante, quanto le sue pale che, una volta in azione, muovono e spingono l’aria, un vento che da Kinderdijk immaginiamo sia giunto a Ridderkerk, sollevando un ragazzo e portandolo in un altro mondo, quello del calcio. È una forza motrice, che fa rima con “lavatrice”, alias: Kevin Strootman.

La carriera

Muove i primi passi da calciatore nelle giovanili del VV Rijsoord e già lì si apprezza una delle sue virtù. Non è tanto come tocca il pallone, quanto quel suo modo di presentarsi in campo. Occhi spalancati, mascella prorompente, bocca aperta, denti in vista, sembra un predatore pronto ad azzannare e sottomettere il suo avversario, associata a quella volontà di sradicagli il pallone come fosse un lauto bottino. Vive per razziare in mezzo al campo, non gli interessa segnare in rovesciata, il suo sogno è quello di togliere il pallone agli avversari, passarlo ai suoi compagni e proporsi in avanti insieme a loro.

Col tempo evolve tecnicamente e nel 2007 si trasferisce allo Sparta Rotterdam che l’anno seguente lo fa esordire in Eredivisie, la massima serie olandese. Trascorre un paio d’anni nella nautica città del Delta del Reno per poi passare all’Utrecht. Qui di calcio si intende, visto che la storia da quelle parti non tramanda uccelli comuni, ma cigni leggendari. Strootman però di cigno ha ben poco, è più simile ad un Hollandse Herdershond, un cane pastore olandese, infatti vira verso altri pascoli, spostandosi a Eindhoven. Quella del PSV è una doppia operazione perché arriva dall’Utrecht anche Dries Mertens. Si rivelano due acquisti di valore assoluto e il PSV raggiunge il nono titolo della KNVB Beker, la coppa nazionale.

La maturazione al PSV

Il ruolo di Strootman è quello del centrocampista, non importa se incontrista, interditore, mezzala, regista, l’unica cosa che conta è che la sua zona di campo è quella nevralgica, dove si muove da destra a sinistra, offre il passaggio, si disimpegna, gioca con tutta la squadra, interrompe le azioni avversarie, sradica palloni e fa ripartire l’azione, senza disdegnare la fase offensiva, dove ogni tanto scarica il suo sinistro verso la porta. Ne è testimone il Williem II dove Strootman, allora ventiduenne, segna la sua prima doppietta in carriera. L’Olanda calcistica comincia a stargli stretta, visto anche il suo andamento in Nazionale.

Nello stesso anno, il 2012, il c.t. Luis Van Gaal lo stima così tanto che da titolare inamovibile, lo eleva a capitano. Strootman diventa così il più giovane calciatore ad aver indossato la fascia degli Oranje. È uno da fibre resistenti, in due stagioni salta solo una partita, ma la cosa che più lo candida a maggior talento di quegli anni è che oltre ad essere straordinario nell’interdizione, qualcosa come 265 contrasti vinti, nessuno come lui, meraviglia per i venti assist, neanche fosse un trequartista riconosciuto.

L’arrivo alla Roma

L’estate del 2013 segna una svolta nella sua carriera perché da cane pastore evolve in lupo famelico. Si trasferisce in Italia, a puntare su di lui è la Roma di Rudi Garcia, tecnico francese che lo reclama a gran voce per il suo centrocampo. Il suo arrivo ha un che di ridondante e non solo perché etichettato come uno dei più grandi talenti in circolazione. Vuoi per sua preferenza, vuoi per lo sponsor che reclama a gran voce aspetti di merchandising prioritari, Kevin Strootman si mette sulle spalle la numero sei che a Roma è riconducibile ad un’hall of fame: Aldair e una maglia che è stata ritirata per il troppo rispetto e adorazione verso il calciatore brasiliano.

La vita, per compiersi, ha bisogno non della perfezione, ma della completezza

Carl Gustav Jung

Giocare con quel numero non è cosa di poco conto, ma Strootman conquista velocemente il cuore dei tifosi, dei compagni e del suo allenatore che ne trova presto il soprannome: lavatrice, perché “quando gli arriva una palla sporca te la ridà sempre pulita”. L’olandese in poche prestazioni, tutte di qualità altissima, diventa la spalla ideale per Miralem Pjanic e Daniele De Rossi. Insieme perfezionano il gioco della Roma, si completano, si equilibrano, con loro in campo la palla è sovente nei piedi dei giallorossi, soprattutto grazie alla lavatrice che pulisce i palloni e centrifuga anche gli avversari, sballottolandoli da una parte all’altra.

La Roma non sembra fermarsi più, lo dimostra il record, al tempo, di dieci partite e dieci vittorie, un andamento strabiliante, qualcosa di mai visto. In quel di Parma il suo gol dal dischetto, un terra aria sotto la traversa, evince quella voglia di spaccare il mondo fuori dal quotidiano contesto giallorosso di quel tempo, una partita in cui si notano tutte le sue caratteristiche: rottura del gioco avversario, ripartenza, proiezione offensiva, su e giù e ancora a mordere e ripartire.

Le tre operazioni

Poi, nel suo momento più splendente, arriva quello che non ti aspetti. Marzo 2014. La sfida è di quelle importanti, contro il Napoli. E Strootman d’improvviso si infortuna, gravemente. Il referto degli esami diagnostici è chiaro: lesione al legamento crociato anteriore con possibile interessamento al menisco. Un vero colpo al cuore per la squadra, per i tifosi, ma soprattutto per lui. I suoi compagni però non lo lasciano solo, anzi. I messaggi si sprecano, alcuni emozionanti come quello del compagno di reparto Pjanic: sii forte amico mio. Van Gaal invece è più schietto: “Per Kevin è un momento drammatico. Immagino che gli stia crollando il mondo addosso. Era un momento molto importante per lui, sia con la Roma che con l’Olanda”. Purtroppo, è la verità.

Strootman deve aspettare novembre per riaffacciarsi sul prato dell’olimpico, ma la sfortuna decide di accanirsi eccessivamente con il centrocampista di Ridderkerk. A gennaio seguente una nuova operazione lo costringe a restare fuori dal campo tutto l’anno. Stesso ginocchio, complicanza dovuta alla precedente operazione. E non finisce qua perché subisce un terzo intervento, l’ennesimo, una revisione artroscopica eseguita per farlo tornare lo Strootman conosciuto prima del maledetto infortunio. Tre operazioni in due anni che inducono razionalmente Strootman a vedere allontanarsi la possibilità di tornare quello di prima.

La felicità più grande non sta nel non cadere mai, ma nel risollevarsi sempre dopo una caduta

Confucio

Ma il cuore batte forte, la passione per il calcio non tramonta mai e la forza mentale è quella di un gigante. Passa del tempo, recupera con la dovuta calma, risente l’odore dell’erba ad inizio 2016. I contrasti non sono più quelli di una volta, si limita nel gioco, non ha più la resistenza del “box to box” dell’era garciana, oppure l’istinto di azzannare l’avversario, metterselo in tasca come un pezzo di carta e decidere a sua discrezione quando e dove buttarlo via. Ma tutto lo stadio, al suo rientro in campo, gli regala un applauso infinito, una prova di vero amore e supporto. I suoi stessi compagni sembrano emozionati, così come l’allenatore Luciano Spalletti che ovviamente non può ridargli il posto da titolare con continuità, ma lo protegge, schierandolo nei momenti in cui serve un certo tipo di carattere e carisma.

Il rientro da lavatrice

Torna a pieno regime a settembre del 2016. S’impone nuovamente sul rettangolo verde, cambiando il modo di giocare. Sfrutta il suo piede mancino per verticalizzare il più possibile verso le punte che vanno in profondità e anche se non è il primo Strootman, rimane pur sempre la lavatrice giallorossa, un insostituibile per il tecnico toscano. Sulla panchina poi giunge Eusebio Di Francesco, allenatore di una Roma che fatica in campionato ma che splende in Europa fino a sfiorare la finale di Champions League e la mediana giallorossa non può prescindere da un calciatore come lui, che ammette di provare emozioni per la Roma e i suoi tifosi. Qualcosa di raro per un glaciale come lui.

“Mi dicono che sembro sempre incazzato, ma questa è la mia faccia, io non sorrido mai. In campo cerco di dare sempre il massimo, si vede dall’espressione del viso. Dovrò sempre ringraziare i tifosi per come mi hanno sostenuto. Anche quando sono rientrato per un periodo e giocavo male. Per questo ho detto più volte che sono in debito nei loro confronti, che mi sento in dovere di dover dare loro qualche cosa”.

Una prestazione “da Strootman” è quella contro il Barcellona nei quarti di finale, dove la Roma compie un’impresa simile a quelle targate anni Ottanta da Falcao e compagnia, dove allo stadio Olimpico recitava quasi sempre la legge del tre, ovvero 3 – 0 e avanti il prossimo, epoca in cui gli striscioni recitavano “non passa lo straniero”. Ma pur essendo sempre stato nel cuore della famiglia giallorossa, a Roma le strategie societarie impongono spesso un ricambio generazionale di grandi campioni, pertanto nel 2018, Kevin Strootman lascia la capitale. Cinque anni di amore, di pulizia in mezzo al campo, come vuole il soprannome, anni di Daje Kevin, frase motore sui social per incitarlo, appena rimesso gli scarpini ai piedi dopo i lunghi infortuni.

Un amore ricambiato

Cosa è stato Kevin Strootman per la Roma? A prescindere dal ruolo, centrocampista geniale tatticamente e dall’ottima visione di gioco. Ma soprattutto ruba palloni, ripulendo e riordinando la zona nevralgica del campo, è stato quell’immagine d’idolatria, quel calciatore che nonostante abbia gli avversari in procinto di afferrarlo, li scrolla e rende vana anche solo l’idea di poterlo fermare, quasi maramaldeggiando con gli stessi, inefficaci nel vincere la sfida di quegli attimi appresso ad un pallone.

Strootman è stato un tifoso, vedi la reazione allo Juventus Stadium, immortalato mentre comunicava le sue emozioni ai bianconeri a denti stretti e con un gesto elegantissimo degno di un ultrà. È stato una “gif” scontata per i suoi fan, il protagonista di tante foto con commenti esilaranti mentre ringhia agli avversari e sprigiona tutta la sua violenza calcistica, quella che più conquista sia il comune tifoso che l’esperto di calcio.

È stato il calciatore che sapeva prevedere l’andamento del gioco, quello di entrambe le fasi, un modo perpetuo che macinava chilometri e superava gli ostacoli, come canta la Curva Sud. Ciliegina sulla torta, il beniamino che segnava nella stracittadina, spostando Edin Dzeko da quel pallone galleggiante con la sola energia spirituale, la reiatsu per dirla alla Bleach, manga giapponese, un’aura totalmente incontrollabile e irrefrenabile da farlo correre verso la sua Sud e urlare al mondo calcistico che le sue sofferenze erano terminate una volta per tutte. Perché quel pallone poteva essere suo, doveva essere suo.

Il resto è una parentesi della sua carriera che neanche sfiora lo Strootman di Roma. Si trasferisce al Olympique Marsiglia, riabbracciando prima Rudi Garcia, poi giocando sotto la guida di Villas Boas. Quella voglia però di essere lavatrice sembra essere soffocata dalla nostalgia per il calcio che lo ha riconosciuto, di cui lui stesso si è cibato con ferocia e dedizione fuori dal comune. Il futuro del guerriero olandese non è certamente in terra francese. Ecco allora che è atterrato in Liguria, il Genoa lo ha riportato in Italia. Voglio tornare a sentirmi calciatore, questo è bastato per convincere il presidente Enrico Preziosi.

Lo scorso aprile Strootman ha postato su Instagram una sua immagine significativa, un testa a testa con il suo compagno Manolas nel 3 – 0 con il Barcellona, scrivendo: 10-04-2018 for those who remember. Ecco chi è Kevin Strootman, è quell’immagine, quella fierezza, quella meravigliosa inumanità. L’Italia può esser fiera di rivedere la lavatrice calcare i nostri campi, soprattutto l’Olimpico che lo ha amato incondizionatamente. Speriamo possa accadere anche con i tifosi sugli spalti in Roma – Genoa a marzo prossimo, allora sì che saranno scroscianti applausi.

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