Ho visto il Pelé bianco: Thanks a lot, Wayne Rooney

Storia, vita e reti di Wayne Rooney. L’addio del Pelè inglese.

Foto dal profilo Twitter di Vedansh (@NathaniVedansh)

Thanks a lot, Wayne Rooney. La città di Liverpool, capoluogo della contea metropolitana inglese del Merseyside, non è conosciuta solo per la tradizione sportiva. Il primo pensiero è quello musicale grazie ai Beatles, ma anche l’attività portuale rende questa città affascinante nonostante il clima inglese possa annebbiare, bagnare e infreddolire la mente di ogni turista, intento a viaggiare verso le mete del Regno Unito.

Attraversare il Mersey in traghetto, visitare l’Albert Dock per conoscere la tradizione marittima della città, o passeggiare per le vie, fermandosi in qualche ristorante per mangiare un buon stufato di carne, sono senza dubbio un ottimo passatempo. Ma Liverpool, tornando allo sport, in particolare nel calcio, ha sicuramente una storia da raccontare. Non riguarda solo la squadra più blasonata della città, ma anche la sua antagonista, l’Everton. Perché?

Il doppio zero della sua sigla l’autorizza a uccidere         

Agente 007 – Licenza di uccidere

Beh, perché è proprio lì che inizia l’avventura calcistica di un ragazzo che dopo diciannove anni di onorata carriera è considerato un “over the top, un killer d’area di rigore”. Per dirla alla Ian Fleming, epico scrittore britannico, quei due zeri ricordano proprio le “o” del suo cognome: il suo nome è Rooney, Wayne Rooney.

Wayne Rooney, cullato dall’Everton

Nasce il 24 ottobre 1985 a Crozteth, sobborgo di Liverpool. In città sono anni pieni di passione per il calcio. La squadra principe, il Liverpool, è la più titolata d’Inghilterra, ha vinto un anno prima la Coppa dei Campioni e si appresta a vincere di nuovo il campionato e la FA Cup, il famoso double come viene chiamato da quelle parti. Eppure, un po’ di anni dopo, nel 1996, tra le giovanili dell’altra squadra di Liverpool, l’Everton, comincia ad intravedersi un ragazzino che col pallone ci sa fare, eccome se ci sa fare.

Chi lo ricorda adolescente, ne parla come un bamboccio robusto dal viso lentigginoso e imbronciato, un sorriso forzato e la voglia di gonfiare la rete. Leggende britanniche raccontano che in una partitella d’allenamento, il piccolo Wayne s’inventò una rovesciata che anni dopo decise di ripetere in Premier League, tanto per gradire.

Piacere: sono Rooney, che faccio nella vita? Strabilio. Attaccante con il senso del gol nelle vene, negli anni conquista società e addetti ai lavori, tanto da esordire in Premier League all’età di sedici anni. La fiducia è subito ripagata perché non solo segna il suo primo gol un paio di mesi dopo l’esordio, ma diventa famoso per la prima delle meravigliose reti della sua carriera, siglata contro l’Arsenal, interrompendo così il record di ben trenta partite senza perdere della squadra londinese.

Entra a dieci minuti dalla fine del match, il viso è da bambino, ma lo sguardo è da leone come il simbolo della sua nazione. Le emozioni sono già sopite, è la concentrazione a farla da padrone. Quando gli arriva quel pallone a circa venticinque metri dalla porta avversaria, il suo udito si spegne. A quel punto rimangono solo lui, l’erba del campo, la sfera pronta per essere colpita e quei 7,32 per 2,44 mt difesi dal portiere. Lui sa già che farà centro, è uno scorpione, ha un veleno dentro di sé che si chiama gol. E così è.

“E’ il più grande talento che ho visto emergere da quando sono in Inghilterra, ci ha battuto il gol straordinario di un ragazzo straordinario”, firmato Arsene Wenger, tecnico dell’Arsenal.

Wayne arriva al Manchester United

Sei realizzazioni nella sua prima stagione lo etichettano come il più grande talento d’Inghilterra. L’anno seguente ne segna nove e l’Everton non può più trattenerlo. Arriva il momento di lasciare i Toffees, soprannome che la storia attribuisce ad un negozio di dolci, e di approdare ai Red Devils del Manchester United. Dall’essere dolce all’essere diavolo il salto è importante, ma Wayne Rooney di zucchero nel sangue ne ha ben poco. Anzi, è più un demone dell’area di rigore, un Bond licenza di uccidere con una carica agonistica fuori dal comune.

Anche la Nazionale lo reclama a gran voce, convocandolo per l’Europeo. Il primo anno allo United conferma tutte le aspettative, i trentanove milioni di euro vengono giustificati da 19 gol stagionali, maglia da titolare, tripletta all’esordio in Champions League contro i turchi del Fenerbache e convocazione per i mondiali in Germania. Da qui in poi è tutto in discesa, nonostante una frattura al piede che recupera brillantemente.

Nella stagione del 2007 subisce lo stesso infortunio ma lui è Rooney, Wayne Rooney. Insieme a Cristiano Ronaldo porta il Manchester sul tetto d’Inghilterra e d’Europa, vincendo anche la Community Shield.

Nel corso degli anni diventa un simbolo, un idolo incontrastato. Eppure, è il grande maestro di calcio Alex Ferguson a placare gli animi:

“Lo giudicate già maturo e fate bene, ma bisogna comunque ricordarsi che ha soltanto 21 anni”.

Vero, Sir Alex, ma davanti agli occhi sta nascendo un disumano. Non per le sue orecchie a sventola, non per qualche rissa avvenuta nei suoi momenti hooligan di giovane inglese baldanzoso, nemmeno per qualche incontro con alieni venuti da galaxy, far, far away.

Lui è disumano per come si comporta in mezzo al campo. Generoso, zero individualismi, bensì cuore e anima per i compagni, intelligenza, gestione del suo corpo e delle sue skills, ovvero potenza e muscoli al servizio della tecnica. E nonostante gli sforzi, continua a fare quello che gli riesce meglio, come colpire quattro volte in una sola partita nel 2010 l’Hull City. Gli stimoli però cominciano ad abbandonarlo e sente il bisogno di cambiare aria.

Aria di cambiamenti mancati

La reazione dei tifosi fa capire quanto sia amato perché viene seriamente minacciato sotto casa. È la classica reazione di chi si sente potenzialmente tradito dal suo amore più grande, soprattutto perchè sono giorni in cui si parla di Manchester City, gli odiati cugini.

Quel cartello con su scritto “Firma per il City e muori” nasconde un altro messaggio: “rimani con noi e sarà nella salute e nella malattia, finché morte non ci separi”. E allora Rooney continua a far felici i suoi tifosi. Rimane allo United, superando quota cento gol con il club e rinnovando il contratto fino al 2015.

Non solo, perché nel 2011 realizza quella rovesciata che da bambino lo aveva reso già calciatore. Stavolta il gesto poetico decide di compierlo proprio nel derby, per poi esultare a braccia aperte e occhi chiusi davanti ai suoi tifosi come a ribadire: sono Rooney, Wayne Rooney.

“Quando si considerano tutti gli attributi di cui un attaccante ha bisogno, Wayne è secondo me il numero uno. Posso dire che in assoluto è il miglior attaccante con cui abbia mai giocato nella mia carriera”.

Parole di Dimitar Berbatov, uno che di gol acrobatici e spettacolari ne ha fatti. Le emozioni si susseguono come nella stagione 2012/13, quando diventa il maggior realizzatore nei derby di Manchester, segnando una doppietta al City campione in carica e portando la sua squadra a strappare il trofeo a fine anno ai cugini rivali.

L’anno successivo irrompe ancor di più nella storia del club. Raggiunge duecento reti con lo United e prolunga un anno dopo il suo contratto, diventando il calciatore con lo stipendio più alto in Premier League vicino ai 19 milioni di euro a stagione. Diventa il capitano dei Red Devils e i problemi legati agli stimoli sono solo un lontano ricordo.

Rooney torna nella culla

Nel gennaio del 2016 diventa il marcatore più prolifico della storia della Premier League con 176 reti e pochi giorni dopo segna il gol numero 250 con il Manchester, conquistandosi il primato nella storia del club, scavalcando Sir Bobby Charlton, un pezzo enorme della storia United. Ora si, è il momento di lasciare e tornare al club che lo ha lanciato, è giunto il tempo di riabbracciare la sua città e le sue origini, l’Everton.

È il 2017. Vicino alla soglia dei trentadue anni, ma non finisce di stupire, non solo per il raggiungimento dei 200 gol in Premier League, o per l’arresto causa guida in stato di ebbrezza, english style, ma anche grazie alla tripletta contro il West Ham, coronata da una rete da centrocampo.

“Ha la saggezza di cui c’è bisogno su un campo di calcio, sa prendere la decisione perfetta al momento esatto”.

Questa volta è il suo tecnico Ronald Koeman a glorificarlo. L’Everton allora rispetta il suo volere. Saluta il suo eroe che decide di lasciare l’Inghilterra per provare l’esperienza americana, firmata D.C. United. Passa il tempo, cambia la gente, cantano a Roma, squadra dove Rooney ha lasciato ovviamente il suo marchio da killer. Quel coro non cambia mai. Anche in America la rete si gonfia e il pubblico inneggia come l’Old Trafford di Manchester ad ogni suo gol:

I saw my mate the other day, He said to me he saw the white Pele, So I asked, who is he? He goes by the name of Wayne Rooney, Wayne Rooney, Wayne Rooney, He goes by the name of Wayne Rooney.

Verso la fine

Poco importa se cade nuovamente nel tranello dell’alcool e viene arrestato per ubriachezza molesta in aeroporto. Quando scende in campo, è come una scena di “Febbre a 90°“, film generazionale di David Evans, ovvero abbracci e esplosioni di gioia. Venticinque gol in due anni bastano per prendersi ancora piogge di applausi.

Già, la pioggia, i cari rovesci inglesi tornano a mancare e allora ecco il Derby County. Si tratta del rettilineo finale che lo porta al traguardo, una carriera da calciatore fenomenale dove ha il tempo di segnare altri sei gol, prima di appendere gli scarpini al chiodo. Così inizia, da qualche giorno, una nuova avventura, quella dell’allenatore già assaporata mesi prima ad interim.

La storia ha le sue verità, e così la leggenda                                    

Victor Hugo

Un campione anche in Nazionale. Parliamo del più giovane ad aver esordito all’età di 17 anni e 111 giorni. Un mito inglese per i record di gol realizzati, superando Bobby Charlton anche qui. 366 reti in carriera tra club e maglia del proprio paese, la media di circa 19 reti all’anno, numeri da autentico fuoriclasse. Da Wonder Boy, passando per Pelè bianco fino all’Hummer Rooney, di tempo ne è passato e tra le leggende del calcio, soprattutto quelle di Manchester. Tra queste Bobby Charlton, George Best, Ryan Giggs e numeri sette recenti di cui tutti hanno memoria, c’è qualcuno che si è preso il diritto di stringere loro la mano. Si presenta a testa alta alla Ian Fleming: il mio nome è Rooney, Wayne Rooney.

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