Il calcio è cultura: l’ennesima lezione di stile della Premier durante il Ramadan

Un piccolo grande gesto per la comunità a dimostrazione che la Premier crede ancora in qualcosa.

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Un piccolo grande gesto per la comunità a dimostrazione che la Premier crede ancora in qualcosa.

È cosa nota, o almeno dovrebbe esserlo, che durante il periodo di digiuno del Ramadan, i calciatori musulmani, per questioni abbastanza ovvie, si ritrovino ad avere un netto calo fisico ed atletico. La dinamica è diventata una consuetudine assodata, ma mai nessuno si è posto l’interrogativo su quale potesse essere l’atteggiamento corretto da assumere nei confronti di atleti tutelati, ma di religione “diversa” da quella storicamente Occidentale.

In Premier League, pertanto, dopo il sempre più crescente evolversi della cultura del rispetto, si è fatto l’ennesimo passo in avanti in questo meraviglioso sport.
Durante le partite del campionato inglese, sono state indette delle pause per i giocatori praticanti. Un momento di quiete utile per rinfrescarsi e bere un succo.

Un momento che, giustamente, ha del normale, ma nel bel mezzo di un contesto mondiale dove il Padrone dalle 12 teste decide cosa è giusto, e cosa non lo è, dall’alto dell’elitarismo economico, sembra un atto quasi rivoluzionario.
Ventinovesimo minuto di gioco, SouthamptonLeicester, i padroni di casa sono in vantaggio, ma l’arbitro Jones decide di interrompere il gioco per permettere a Wesley Fofana di bere per pochi secondi. Un vantaggio per lui? Assolutamente no. Una discriminazione per gli altri? Ovviamente no.
Un gesto di civiltà e un barlume di speranza per il rinascimento culturale, ed etico, nello sport? Fortunatamente sì.

Il momento dello stop [fonte @SkySport]

Non è un gesto rivoluzionario, seppur ne abbia i contorni, ma normalizza un diritto. Una situazione che, fino a poco tempo fa, nemmeno era stata lontanamente immaginato. Un piccolo tassello che potrebbe permettere, in futuro, di aiutare i calciatori di tutte le etnie e religioni di integrarsi nel mondo sportivo. Un gesto che potrebbe dare il via anche all’aiutare le altre comunità sopite e abbandonate nello sport.

Un esempio? Magari aiutare i calciatori della comunità LGBTQ+ a dichiararsi apertamente e non subire discriminazioni per il proprio orientamento. O l’iniziare a non compiere solo gesti di facciata per il #NoRacism o #BlackLivesMatter, evitando di promuovere eventi in paesi del mondo dove i diritti dell’uomo, della donna e del lavoratore, vengono costantemente schiacciati.


I soprusi sono all’ordine del giorno, le comunità si fanno forza l’un l’altra, ma c’è chi ha il potere di aprire la bocca. Enti che, essendo in grado di arrivare a più persone, dovrebbe fare sempre di più e sfruttare la propria influenza.
Delle volte basta veramente poco, la Premier ce l’ha dimostrato, perché il male e la diseguaglianza avanzano non per un diritto divino prestabilito, ma per via dei buoni che chiudono gli occhi. Come disse Edmund Burke:”Perché il male trionfi è sufficiente che i buoni rinuncino all’azione”.


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