Jorge Sampaoli: un uomo rigoroso ma irregolare tormentato del calcio

Il ritratto del tecnico argentino, nuovo allenatore dell’Olympique Marsiglia.

Jorge Sampaoli, nuovo allenatore del Marsiglia

Argentina, una terra meravigliosa. Essere argentini vuol dire vivere a passi di tango, rilassarsi bevendo mate, mangiando guisos, asado, empanadas, fino al tipico dulce de leche. Argentina, una terra grande e varia, dove una delle province più importanti è senza dubbio quella di Santa Fe, area principe per l’agricoltura.

Dilatado, tendido, sin altos ni bajos, este es el suelo mio, este es mi campo. Es como a mi me gusta, verde, ancho, el sol por todo él, el agua a mano”. Dilatata, distesa, senza alti né bassi, questa è la terra mia, la mia campagna. È come piace a me, verde, spaziosa, con il sole ovunque ed acqua a volontà.

José Pedroni (Suelo santafesino)

Essere argentino significa priorità per il proprio paese e nella provincia di Santa Fe ne sanno qualcosa, vista la proclamazione della prima Costituzione argentina nel 1853. In quel di Rosario, influente città in quest’area, nasce anche Ernesto Guevara, El Che, che di priorità, passione e rivoluzione ne ha fatto una victoria siempre. Ed a proposito di passione, quella di Santa Fe è un’area storicamente rilevante per un caposaldo della cultura argentina, il calcio. Già, perché da quelle parti si piange davvero, che sia gioia o dolore, per il fútbol.

Essere santafesini nel mondo del pallone, vuol dire chiamarsi Gabriel Omar Batistuta, Lionel Messi, Javier Mascherano, leggende del calcio albiceleste nati in città appartenenti alla provincia di Santa Fe. Senza dimenticare gli allenatori. Perché un altro grande santafesino di Rosario è Cesar Luis Menotti, el flaco, commissario tecnico che guidò la nazionale alla prima storica vittoria del Mondiale nel 1978. L’Argentina è un lungo viaggio lungo, un cammino che incrocia Casilda città capoluogo del dipartimento di Caseros nella provincia di Santa Fe. Qua nasce un uomo che porta in dote tutto ciò già citato del mondo argentino, arricchendolo, usando termini cinematografici, di ordinaria follia: l’allenatore Jorge Sampaoli.

La vera passione d’amore è tanto rara quanto il caso che quei due s’incontrino

Arthur Schopenhauer

Senza passare (o quasi) dal campo

Il gioco del calcio per Sampaoli sembra una porta chiusa a chiave perché a soli 19 anni, quando milita nelle giovanili del Newell’s Old Boys, la rottura di tibia e perone lo costringe a ritirarsi anzitempo dal calcio professionistico e dedicarsi ad un lavoro “comune”, dall’impiegato di banca al giudice di pace firmando certificati di nascita e morte. La passione santafesina è però troppo grande per chiudere in un cassetto i sogni e l’incontro col calcio da piccolo, è un chiaro segno del destino.

Nel 1994 pertanto, Sampaoli inizia la sua prima avventura da tecnico. Allena gli Alumni de Casilda, squadra di livello dilettantistico, per passare poi al Belgrano de Arequito e all’Argentino nel 1996, società satellite del Newell’s che milita nella Primera B Metropolitana, un livello simile alla Lega Pro in Italia per intenderci. È un uomo di larghe vedute e nel 2002, superati i 40 anni, lascia l’Argentina per approdare in Perù.

La carriera da allenatore sta prendendo forma perché nei sei anni seguenti, al di là delle squadre che allena, e ne cambia quattro in cinque anni, accumula esperienza non solo dal punto di vista calcistico, ma anche personale. Il calcio da quelle parti è amato come in ogni altro posto del sud America, basti pensare alla Nazionale, “La Blanquirroja” del 1975, una delle più forti squadre sudamericane di tutti i tempi che da quel momento in poi diventa un esempio per il calcio peruviano.

Hector Chumpitaz, El Gran Capitan, ma soprattutto Teofilo Cubillas, il calciatore peruviano più forte di tutti i tempi, sono chiari riferimenti di carisma, passione, voglia di conquistare un popolo oltre che la famigerata Coppa America vinta nel 1975. Ed è quello che apprende Sampaoli, il carisma, le doti di leader e la sensazione che qualcosa di bello nella sua carriera calcistica si possa ottenere. Per farlo però, il santafesino ha bisogno di comprendere il calcio anche in altri paesi.

Nel 2007 si trasferisce in Cile, allenando la O’Higgins un paio d’anni, poi vola in Ecuador dall’Emelec per poi tornare nella terra dell’isola di Pasqua e dei fiordi e canali dai mitizzati nomi Drake e Magellano. È il 2010, ottiene la panchina dell’Universidad de Chile e compiuti i 50 anni, il sogno si libera definitivamente del cassetto e la parabola calcistica di Sampaoli, viene letta e ascoltata da tutto il mondo del calcio. Nei tre anni che seguono, vince il torneo Apertura e Clausura del 2011, l’Apertura del 2012 e, imbattuto da 35 partite, anche la Copa Sudamericana, primo titolo continentale per la società e prima vittoria cilena nella competizione.

Nella stagione del 2011 grazie anche alle 9 vittorie consecutive a partire dalla prima giornata in calendario, un record, ottiene il premio Balón de Oro de la ANFP come miglior allenatore. Tutto il Cile lo reclama come tecnico della Nazionale. Sampaoli ha il fuoco dentro, proprio come la terra cilena che si è innamorata di lui, quindi accetta e passa al comando della Blanquirroja. L’apoteosi viene raggiunta nel 2015, dove conquista la Copa America, battendo 4-1 dopo i calci di rigore proprio la sua Argentina. In Cile ha dato tanto, il Cile gli ha tolto tanto, ma non tutto. Sampaoli ha voglia infinita di mostrare il suo calcio.

E allora nel 2016, il visionario Ramón Rodríguez Verdejo, noto semplicemente come Monchi, lo porta in quel di Siviglia. Rimane un solo anno, il tempo di effettuare sia un girone di andata da assoluto protagonista, da primo in classifica, un calcio trascinante che interrompe la striscia di 40 risultati utili del Real Madrid, sia di conquistare un posto in Champions League, anche se la sconfitta ad inizio anno nella finale di Supercoppa Europea per 3 – 2 contro i galacticos brucia ancora. Ad aspettarlo allora c’è casa.

Dopo un viaggio nel Sud America durato anni, il suo prossimo futuro è albiceleste, si chiama Argentina. Viene assunto come commissario tecnico della nazionale e si qualifica con ordinaria amministrazione al mondiale in Russia del 2018. Il calcio di Sampaoli è ammirato da tutti, ma è proprio dalle sue parti che, improvvisamente, il rispetto fino a quel momento riconosciutogli, viene meno. Sarà quell’eterna e dannata passione argentina che non gli permette di dimostrare al mondo cosa può fare la sua squadra. A stento si qualifica per gli ottavi di finale, dove poi viene eliminata dalla Francia, futura vincitrice del mondiale, in un rocambolesco 4 – 3.

Sampaoli si sente tradito, sia dalla federazione argentina che non lo difende, sia dal popolo. Rassegna le dimissioni e scappa in Brasile, ad attenderlo ci sono Santos e Atletico Mineiro. Il rapporto col primo club però cessa velocemente per divergenze con la società, quindi si accasa con la squadra di Belo Horizonte dove vince il campionato Mineiro. Belo Horizonte, è quello che Sampaoli ora osserva con i suoi stessi occhi.

Perché è notizia di qualche giorno fa che, appena rescisso il suo contratto, il suo sguardo mira in Europa, c’è la Francia ad aspettarlo, la nazione che gli ha causato lo strappo con la sua Argentina ai mondiali del 2018. Ma questa volta non allenerà la nazionale, bensì siederà sulla panchina dell’Olympique Marsiglia per cercare, superati i 60 anni, di mostrare ancora una volta cosa vuol dire giocare al calcio con Sampaoli. Dalla Universitad de Chile al Marsiglia, el cielo es azul, di nuovo.

Sampaoli nell’anima

Ma chi è davvero Jorge e per cosa si distingue dalla massa? Potremmo cominciare a decantare il suo stile di gioco, frutto di un rimando verso un altro santafesino: El Loco Marcelo Bielsa, colui che è stato, prima di Sampaoli, l’allenatore del Cile. Entrambe le visioni calcistiche dei due sono aspirazione pura ad un calcio folle, maestri di uno sport dove, se la palla è rotonda e può accadere di tutto, allora noi ne siamo principali fautori.

Un calcio dinamico, veloce, un calcio di pressing con un modulo offensivo fuori dagli ordinari schemi di oggi: 3 – 3 – 1 – 3, un qualcosa di schizofrenico, il calcio degli invasati, un calcio che piace da morire. Sampaoli lo vive disperatamente, arrivando al campo d’allenamento alle 8 del mattino e rimanendoci fino alle 9 di sera, assaporando perfino l’odore dell’erba. Nel calcio si attacca, enganche y tres puntas, al massimo una leggera modifica, ovvero schierare un’offensiva a diamante, con una sorta di falso nueve che indietreggia e lascia spazio alle punte esterne di far male, ma senza mettere da parte i centrocampisti “box to box”, per gli inserimenti e la superiorità numerica.

È il marchio Sampaoli, un calcio veloce, emozionante, schiacciante. Perché per il santafesino nulla è impossibile quando c’è di mezzo la follia. Il suo spirito ribelle è evidente e per chi conosce il suo passato, ancora di più. Alla sua prima esperienza da allenatore, espulso in una partita, si arrampicò su un albero per guidare la sua squadra direttamente da li. Un uomo che però incarna, oltre alla follia, anche disciplina, cultura del lavoro, leadership e un’identità di gioco talmente rara che sarebbe altrettanto folle per i suoi colleghi non studiare. Il dipinto di Sampaoli è un uomo rigoroso ma irregolare tormentato del calcio. Se gli allucinogeni fossero legali nel calcio, uno di questi avrebbe nome Jorge e tutti ne abuserebbero pur di vedere le sue fantasie, miraggi da guru che stava già nascendo con gli Alumni de Casilda, appeso ad un albero.

El fútbol no termina acá

Già, non finisce qua il suo calcio né tantomeno il ritratto di un uomo che si arrampica sulle frasche pur di respirare calcio e infonderlo ai suoi calciatori. “Le mie squadre si caratterizzano per pressare l’avversario nella loro metà campo, spostare il gioco sulle fasce, affondare ai lati. È importante sapere chi è l’avversario, come gioca, fare una scala di valori e lavorare su quella”

Parole che, come detto, sanno di loco, come Marcelo Bielsa, il profeta che gli ha permesso di essere suo discepolo. Perché Sampaoli è un vero bielsista, dalle radici del suo calcio, fino alle sue stesse parole: “Sono arrivato a un punto in cui ero veramente Bielsa dipendente. Andavo a correre con il walkman, dentro avevo cassette con la voce di Bielsa. Registravo tutte le interviste che rilasciava, lo seguivo come un vero fan, ero ossessionato”.

Eppure, lui non lo chiama mai loco nelle interviste. Già, si sa, tra meravigliosi pazzi visionari ci si rispetta. Pazzo come quando chiamò i carabinieri perché una tv locale cercava di filmare i suoi allenamenti. “Sto tutto il tempo con il pensiero che vogliano spiarmi. Non voglio dare informazioni all’avversario: ci sono tecnici ai quali non dà fastidio, a me sì. Un dettaglio, una giocata preparata possono risultare significative per vincere o perdere una partita. Sì, è diventata un’ossessione per me”.

Così fuori di testa per il calcio che in Perù, allenò per poco tempo una società in orbita di fallimento nemmeno menzionata nella sua carriera, lo Sport Boys, e lo fece senza percepire stipendio e dormendo in una caserma di pompieri. Ma chi se ne frega, datemi un campo, qualche strampalato come me innamorato del calcio e una palla da calciare, io allora sarò felice. “Le avversità mi hanno fatto crescere. Mi hanno dato forza, convinzione. Ho capito che le cose sono andate male perché tra le altre cose mi è mancata la decisione nel sostenere quanto pensavo: non sono riuscito a convincere i giocatori della bontà delle mie idee”.

Frasi dette in un tempo passato, che se vogliamo, si possono riproporre in tutta la sua carriera, visto che di squadre ne ha cambiate tante e quel fallimento con la Albiceleste gli ha spezzato il cuore. Ma parlare di disfatte passa in secondo piano quando in mente giunge il periodo alla Universidad de Chile, o meglio la “U” come viene chiamata. Perché quel calcio lì, fu un inno alla beltà del pallone che rotola verso la gloria. Tricampeon nazionale, miglior allenatore subcontinentale del 2012, settimo miglior tecnico al mondo. “I miei meccanismi, le mie strategie, si basano su quello che uno sente. E poi sull’assenza di obblighi e pressioni. L’educatore deve sviluppare stimoli: creatività, entusiasmo, allegria. Non mi vedo a dare ordini: per educare bisogna sedurre”. Firmato Sampaoli.

In comune con Valdivia

Il concetto del suo calcio si riassume in quella straordinaria opera pittorica che raffigura il calciatore Jorge Valdivia, el mago, un illusionista e fattucchiere per pochi, nicchia di questo sport, il più sottovalutato dei campioni nascosto dietro un albero, quello di Sampaoli. In comune, oltre alla magia e follia calcistica, hanno anche il nome di battesimo. Jorge, non mi interessano le gambe, io voglio i tuoi occhi, nient’altro. Questa frase è il preludio alla vittoria in Copa America nel 2015, un Cile talmente bello che sembrava giocare in paradiso, la Roja en el cielo azul

Sampaoli e il calcio: pressione costante, recupero palla immediato, senza paura per quanto le squadre contro le quali giochi sono più forti. Non pensare mai a difendere, ma non dare possibilità di attaccarti, sempre con una caratteristica costante, la ribellione.

Sampaoli e la malattia per il calcio: “Anche quando sto riposando, la mia mente non riesce ad allontanarsi dal calcio, non riesco a disconnettermi. Se una notte non sogno calcio mi preoccupo”. Nulla esiste di più interessante, lui lo ha sempre saputo, come quando da ragazzino prendendo l’autobus da casa, faceva dodici ore di viaggio per andare a vedere il River Plate al Monumental. Jorge Sampaoli, un illuminato, un ribelle, come il tatuaggio che porta sul braccio: No escucho y sigo, porque mucho de lo que está prohibido me hace vivir.  Molto di ciò che è proibito mi fa vivere: parola di un santafesino.

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