La sinfonia di Mascherano: si ritira ‘il piccolo capo’ trasformatosi in eroe

Il ritratto del calciatore argentino, leader nato sul campo e fuori.

Javier Mascherano con la maglia dell'Argentina [foto @aguerosergiokun]

Argentina, 3 febbraio 1813. Sulla sponda occidentale del fiume Paraná ha luogo lo scontro bellico fra Spagna e Province Unite del Rio de la Plata. È una delle battaglie relative alla Guerra d’indipendenza argentina e il generale José de San Martín, le cui campagne furono decisive per la libertà della nazione, ne uscì vincitore, entrando più avanti nel cuore di tutta la popolazione. L’Argentina lo ha onorato come Padre della Patria, è considerato un eroe nazionale. Lo scontro oggi è ricordato come la battaglia di San Lorenzo e nel 1901 il compositore Cayetano Alberto Silva ne fece una marcia tuttora eseguita dall’esercito argentino e utilizzata più volte nella storia, per esempio, nell’incoronazione di Elisabetta II, entrando nel regolare repertorio delle guardie di Buckingham Palace.

Oggi, a San Lorenzo, uno dei luoghi d’interesse è il “Campo de la gloria”, ovvero il punto esatto dove avvenne lo scontro del 1813. Ebbene, San Lorenzo e Campo de la gloria sono lo spartito composto da un argentino che ha diretto magistralmente la sua storia di calcio, permettendoci di ascoltare una sinfonia eroica. Ha appeso gli scarpini al chiodo, ma la gloria raggiunta gli permetterà di non essere dimenticato. Nato in quel di San Lorenzo nel Giugno del 1984, il suo nome è Javier Alejandro Mascherano, in arte “El Jefecito”.

L’alba di Mascherano

Figlio di un operaio e di una casalinga, inizia a dare calci al pallone nell’Alianza, piccola squadra della sua città, prima di passare al Barrio Vila di Rosario. Nato calcisticamente come attaccante, è suo padre a notare che le caratteristiche migliori sono quelle del centrocampista. Il suo modo di alzare la testa e mettere il pallone nel punto desiderato è ordinaria amministrazione per “Masche”, così ribattezzato dai suoi amici. Si convince a cambiare ruolo, ma soprattutto a sognare di diventare calciatore professionista. Il talento è sotto gli occhi di tutti, tanto da ricevere la chiamata della scuola calcio “Renato Cesarini”, ossia il trampolino di lancio in Argentina per le nazionali giovanili.

Le prime gioie in maglia albiceleste

La convocazione nell’Under 15 arriva subito, grazie anche alle parole del suo allenatore Eduardo Solari che lo vede già come futuro numero 5 della nazionale albiceleste. Qualche mese dopo, a notare le sue abilità calcistiche è il River Plate. Basta un solo provino per inserirlo nelle giovanili. Le prestazioni del giovane Javier gli consentono veloci salti di categoria e il debutto in nazionale Under 17 è cosa fatta. Gioca centrocampista, ma segna anche un gol nel match contro il Venezuela. È il capitano della squadra e riceve prontamente un soprannome, come da buon’usanza argentina. Javier diventa “El jefecito”, il piccolo capo. Passa velocemente alla nazionale Under 20, poi alla Under 23. Partecipa alle Olimpiadi di Atene e vince la medaglia d’oro, sconfiggendo l’Italia di Alberto Gilardino e Andrea Pirlo.

È un’ascesa incredibile, tanto da esordire a diciannove anni con la nazionale maggiore. Un traguardo unico nel suo genere, perché è un esordio che arriva prima ancora di fare quello con il club di appartenenza, il River Plate. Che di certo non si limita a guardare, donandogli le chiavi del centrocampo un paio di settimane dopo. Le sue doti da leader, il suo carisma, la voglia di arrivare, incidono nel gruppo che trionfa nel campionato Clausura del 2003 e del 2004. Masche, “El jefecito”, impressiona tutti, anche un certo Diego Armando Maradona:

“E’ un mostro. Dell’ultima generazione è quello che mi ha impressionato di più. Ha 20 anni e si muove con la saggezza di un trentenne. La squadra è Mascherano più altri dieci”.

Grinta, visione di gioco, rubapalloni, carisma, Javier Mascherano raccoglie il testimone del grande numero cinque della nazionale maggiore, diventa il nuovo Fernando Redondo.

“Il calcio per me è tutto. È il mio modo di vivere, la mia passione, il mio lavoro. Ma è anche sacrificio, perché per il calcio ho dovuto lasciare la mia famiglia e andare a vivere da solo a Buenos Aires”.

Il Brasile e poi l’Europa

I più grandi club internazionali mettono gli occhi su di lui, ma Javier sorprende ancora una volta. È il 2005 e la sua carriera passa per il Brasile. Viene acquistato dal Corinthians insieme ad un altro grande talento argentino, Carlos Tevez. Ci mette poco ad ambientarsi, quanto basta per capire che può calcare palcoscenici molto più importanti. Il club vince il campionato e Mascherano si lascia conquistare dall’Europa.

Seguendo ancora una volta Tevez, entrambi si trasferiscono in Inghilterra, al West Ham. Non è un anno straordinario, ma serve al ragazzo per ambientarsi. È Rafa Benitez, il tecnico del Liverpool, a fargli la corte e convincerlo che in Inghilterra può maturare, perfezionarsi nel rubare palla agli avversari, diventare un moto perpetuo, confermare le sue doti di leader e rubare i segreti del calcio d’Inghilterra, madre di questo sport. L’impatto con la maglia dei Reds nella stagione successiva è roboante, replicando quello avuto con la nazionale. Benitez e Marcelo Bielsa, i tecnici di Liverpool e Argentina, gli affidano un ruolo di primo piano.

In Premier League è titolare inamovibile, accanto a grandi campioni come Steven Gerrard e Xabi Alonso, ha la possibilità di esplodere definitivamente, prendendo esempio da loro. Diventa, infatti, non solo una precisa chiave di gioco in fase d’impostazione, ma anche un grande interditore che sradica palloni nella zona nevralgica e lancia i compagni in velocità nello spazio.

Javier e la storia al Barcellona

Barcellona ti entra nel sangue e ti ruba l’anima

Carlos Ruiz Zafón

22 milioni di euro. È la cifra presentata dal Barcellona di Pep Guardiola per accaparrarsi le virtù del “Masche” che accetta di trasferirsi in terra catalana. È la scelta che lo consacra a livello internazionale come giocatore polivalente, come campione. S’innamora della squadra, dopotutto il motto del Barcellona è: Més que un Club. Negli anni in blaugrana diventa un idolo, tanto da eguagliare Lionel Messi tra i tifosi. Indimenticabile è la richiesta di un suo fan che chiede una foto insieme a lui, scattata proprio dal sei volte pallone d’oro, una scena diventata virale sui social. Nel Barcellona il piccolo capo si arricchisce ancor di più. Non solo nel palmares, vincendo tutto ciò che si può vincere, ma anche a livello tattico grazie all’idea di Guardiola che decide di arretrarlo, schierandolo come centrale difensivo.

Per guidare gli altri cammina alle loro spalle.

Lao Tse

Javier diventa l’interpretazione calcistica della sostanza, alzando un muro difensivo. Da vero jefecito diventa capo della difesa e direttore dell’orchestra blaugrana. Alle spalle del suo esercito dirige e comanda la cavalleria catalana davanti a lui, proteggendo il resto della fanteria nei pressi. Non si fa notare come il reparto stellare d’attacco, ma per tutti è la cometa da seguire. Lotta, suda, caricandosi la squadra sulle spalle e portandola al raggiungimento degli obiettivi grazie alla sua intelligenza calcistica, alla sua leadership.

L’Argentina nelle vene

Un carisma che raggiunge il suo massimo con la nazionale, soprattutto in un’occasione.

“Questo è il tuo giorno, oggi diventi un eroe”.

È la semifinale di Coppa del Mondo. Le parole sono rivolte al suo portiere, Sergio Romero, che dovrà opporsi ai tentativi olandesi dal dischetto. I supplementari sono finiti in parità, il passaggio alla finale viene conteso ai calci di rigore. Tutti osservano “El Jefecito” mentre carica l’estremo difensore argentino. È così che Romero respinge i rigori di Vlaar e Sneijder, portando l’Argentina in finale, un traguardo che mancava da 24 anni. Mascherano in quella partita è determinante, una presenza costante, un baluardo. La sua forza raggiunge il culmine nel clamoroso salvataggio sul tiro a botta sicura di Arjen Robben che avrebbe consegnato la finale agli olandesi. Una forza che infonde al portiere Romero, parole che per definizione ci raccontano il suo modo di concepire il gioco del calcio:

“Sono gli altri che fanno di te un leader… io soffro il calcio, non mi diverto in partita. Per 90 minuti devo stare concentrato, non voglio fare sbagli… del calcio mi piace solo il gioco, l’allenamento, il tentare di migliorarsi, non la fama e gli altri effetti collaterali.

È la storia di un uomo che ha preso il meglio dello stress calcistico, e da difensore, il ruolo più complicato del calcio moderno, ha saputo conquistare la fiducia di tutti, con i suoi interventi salva risultato, i duelli aerei vinti, l’essere protagonista in penombra sul campo rispetto a chi segna e fa assist, ma il divenire luce guida nella mente dei compagni. È così che raccoglie persino la fascia da capitano del Barcellona. Javier Mascherano è il modello accurato del calciatore che ogni allenatore vorrebbe nella sua squadra, tuttavia c’è chi riesce a dargli contro. Nel mondiale russo del 2018, con un Argentina in crisi nera, l’ex fisioterapista della seleccion, Carlos Dibos, osa dire:

“C’è un clan guidato da Mascherano”

Javier non si fa attendere e da leader risponde:

“E’ davvero un peccato per il calcio argentino che un professionista come il signor Dibos, che ha lavorato con noi nella Seleccion argentina, mi indichi come responsabile di cose tanto gravi. Posso accettare qualsiasi tipo di critica dal punto di vista del gioco, ma non questo. Ho la coscienza a posto e non sono mai intervenuto nelle decisioni di un allenatore. Quello che ho invece condiviso con lui e quello che penso di lui lo tengo per me, però soffro nel vedere che nel calcio argentino ci sia gente con qualità umane di questo livello”.

E pensare che durante il girone, Mascherano raggiunge quota 144 con la maglia albiceleste, superando l’immenso Javier Zanetti e diventando il calciatore con più presenze nella storia dell’Argentina. Tre partite dopo però, complice l’eliminazione agli ottavi di finale e le ennesime critiche ricevute in maniera inopportuna, il più saldo dei leader ha un crollo emotivo. Con il cuore a pezzi Masche dice addio alla nazionale. Il resto è storia. Lascia il Barcellona ancora una volta in lacrime, dimostrandone immenso affetto e apre ulteriori due parentesi calcistiche. La prima in Cina dove ricopre ogni zona di campo possibile, l’ultima della sua carriera in patria con l’Estudiantes, per risentire nuovamente l’adrenalina, per far riaffiorare la “garra” che ha contraddistinto la sua vita calcistica.

Gioca poco, solo qualche presenza, tanto basta per decidere di lasciare il calcio qualche giorno fa. Chissà quale sarà il suo futuro, ma una cosa è certa: oggi è lui che diventa un eroe. Perché di campioni sul campo ce ne saranno altri, ma su quello “de la gloria” nessuno dimenticherà la sinfonia di Javier Mascherano, “El Jefecito”.

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