L’eredità della partita del secolo. Cinquant’anni da Italia-Germania 4-3

Il racconto di Italia-Germania 4-3, tra aneddoti e curiosità.

Il nonno di oggi all’epoca era un quarantenne. Cominciava a muovere i primi passi nel mondo del lavoro ma quel giorno, come tutto il Paese, si fermò. Era mezzanotte, il cielo nostrano si tingeva di nero, mentre in quello in Città del Messico prevaleva un Sole chiaro. Erano i primordi di Italia-Germania 4-3.

In quel 17 giugno del 1970 tutto era diverso. La Germania era divisa in due blocchi. Da una parte la Repubblica Democratica Tedesca, il fronte Est. Dall’altro, quello più ricco e più forte economicamente, il lato Ovest, quello della Repubblica Federale di Germania. L’Ovest esercitava un forte dominio sull’Est, anche a livello calcistico, ma non quella sera. Non contro di noi.

Noi italiani, figli di una giovane Repubblica, nutrivamo le speranze del boom economico. Tutto sembrava roseo, gli occhi erano il miglior punto di contatto e non c’erano schermi a dividerci, semmai ad unirci. Il tubo catodico ci aiutò quella sera. Antenna a posto e via, verso “La partita del secolo”.

L’Italia e la Germania Ovest l’una a fianco all’altra per l’inno nazionale. Al centro l’arbitro Arturo Yamasaki.

Per il pubblico televisivo c’era Nando Martellini, per quello radiofonico Enrico Ameri. Spetta ai due giornalisti annunciare le formazioni delle compagini in campo.

Italia: Albertosi, Burgnich, Facchetti, Bertini, Rosato, Cera, Domenghini, Mazzola, Boninsegna, De Sisti, Riva. Ct: Ferruccio Valcareggi

Germania: Maier, Patzke, Schnellinger, Schulz, Beckenbauer, Grabowski, Overath, Vogts, Seeler, Muller G., Loehr. Ct: Helmut Schon

L’Italia, campione d’Europa in carica, arriva alla gara dopo aver eliminato la Svezia con un gol di Domenghini. Ci sarebbe servito un suo gol anche due anni fa. Poi ha eliminato i padroni di casa del Messico con quattro gol. Per questo motivo il pubblico dello stadio Azteca è inizialmente titubante, ma poi si rende conto che non si può tifare per i tedeschi.

La Germania arriva al penultimo atto del Mondiale con la solita spocchia che li contraddistingue. Avevano eliminato gli inglesi, campioni del mondo in carica. Erano reduci dai supplementari. Il giustiziere, Gerd Muller, che divenne capocannoniere di quell’edizione.

Due ideologie contrapposte già all’epoca. La meticolosità teutonica contro l’eccentricità nostrana. Tutto si sarebbe risolto in campo, ma nemmeno il bambino dell’epoca si immagina che avrebbe fatto benissimo a restare sveglio fino alle 02:30 di notte.

In Messico sono le 16. L’arbitro è messicano, quindi “gioca in casa”, ma per via del cognome viene spesso confuso con un uomo di origine nipponica. Arturo Yamasaki. A onor del vero, lui era peruviano, ma all’epoca Lima non viveva tempi comodi e si trasferì in Messico, dove conobbe vita nuova.

Senza questa nuova affiliazione con la matrice messicana non avrebbe avuto il privilegio di arbitrare quella “singolar tenzone”. Spetta a lui il fischio d’inizio. Non sa che ha dato il via alla leggenda.

Il racconto di Italia-Germania 4-3

Quando si parte col calcio d’inizio nessuno, né in Italia né in Germania, si rende conto che ci si trova a un passo dalla storia. Il primo firmatario di questo grande atto è Roberto Boninsegna. “Bonimba”, come raccontato da Gianni Brera.

Bastano otto minuti per i primi vagiti della storia. Riva e Boninsegna sembrano essere due ballerini de “Lo Schiaccianoci” di Tchaikovsky. Scambi rapidi, velocità di fraseggio e staffilata all’angolino a trafiggere Sepp Maier. L’Italia è in vantaggio, a un passo dalla finale.

Per i successivi minuti Gianni Brera, il miglior giornalista sportivo italiano di sempre, gongola dalle tribune di quello stadio glorioso. L’Italia gioca una partita difensiva, come a lui piace. Davanti ai suoi occhi, nel corso dell’intervallo, si è tuttavia verificata la prima “sliding door” della serata.

Tanto faceva discutere il binomio Sandro Mazzola-Gianni Rivera. Due talenti fulgidi, di classe cristallina, ma divisi da una fattispecie: l’uno era il capitano dell’Inter, l’altro vestiva la fascia del Milan.

Lo stesso Mazzola ha confessato ai nostri microfoni che tutto era frutto di un’invenzione giornalistica e che la loro divisione in realtà non c’era, anzi, spesso si divertivano a gabbare gli addetti ai lavori:

“Noi ci ridevamo sopra. Mi ricordo che quando c’era la convocazione in Nazionale a Coverciano per gli allenamenti si faceva la passeggiata dopo mangiato. I giornalisti erano nascosti dietro gli alberi per vedere se io e Rivera parlavamo o non parlavamo. Ce ne siamo accorti e abbiamo deciso di andare avanti sempre insieme, per vedere cosa avrebbero scritto”.

Fatto sta che, anche quella sera, avviene la canonica staffetta “politica”, come l’ha definita Gianni Rivera ieri sera a “Porta a Porta”. All’inizio del secondo tempo esce Mazzola, entra Rivera. Senza questo cambio non ci sarebbe stata Italia-Germania 4-3.

La seconda “sliding door” la chiude – a apre, dite voi – Karl Heinz Schnellinger. Biondo, bello, di gentile aspetto, ma con un difetto. Non segnava mai. Va bene, era difensore, ma non riusciva mai a buttare dentro la palla, neanche per miracolo.

Perché segnasse ci voleva un colpo da maestro, ma anche tanta fortuna. A Schnellinger nessuna di queste due tornò utile. Lo aiuto il caso, la sorte, che in quel momento ci fu avverso ma che, come una ruota volubile, ci consegnò alla storia.

Ottanta minuti di eroica esistenza azzurra. Ultimi istanti di gara. I minuti di recupero concessi da Yamasaki fanno infuriare Valcareggi e la panchina azzurra. In quel momento Schnellinger capisce che la partita è finita, che non c’è più nulla da fare.

Il difensore, che all’epoca militava nel Milan, prende la via degli spogliatoi. Peccato che non fossero al centro del campo, bensì dietro la porta del nostro Albertosi. Testa bionda bassa, non vuole vedere i suoi compagni rossoneri festeggiare. Però, per andare negli spogliatoi, deve prima passare davanti il nostro portiere. Per questo si trova da solo al centro dell’area.

La nostra difesa non lo vede proprio. Jurgen Grabowki la mette in mezzo, completamente a caso. Al centro dell’area, sempre casualmente, c’è Schnellinger. Spaccata e gol del pari. Il tedesco stava rientrando negli spogliatoi. Non aveva mai segnato. Il suo primo e unico gol in Nazionale. Si trova travolto in pochi secondi dai suoi compagni di squadra.

Gli azzurri sono disperati. Albertosi si arrabbia con i suoi, e non sarà la prima volta della serata. Lì per lì c’è tanta rabbia. Nessuna consapevolezza che senza quel gol di Schnellinger, che i gol che ha fatto li contiamo sulle dita di una mano, non ci sarebbe stato nessun Italia-Germania 4-3.

I tempi supplementari della storia

Il gol di Schnellinger venne accolto dall’ira funesta di Nando Martellini nei confronti dell’arbitro Yamasaki. A detta del commentatore il fischietto era andato oltre il tempo regolamentare, portando la Germania a pareggiare.

Sui volti degli italiani si leggeva sconforto, rabbia e dispiacere, che si tramutarono in mutismo quattro minuti dopo l’inizio del primo tempo supplementare. Gerd Muller no ha mai perso per un secondo la concentrazione. La stanchezza lo distrugge, ma la testa viaggia a parte.

Capisce che tra Poletti e Albertosi non c’è intesa. Si avventa sulla palla come un falco sulla preda. La sfiora appena, come se avesse paura di toccarla. Lenta lenta, entra alle spalle del portiere azzurro. La Germania è avanti.

Il primo tempo supplementare è appena cominciato. L’Italia sembra alle corde, ma è solo il principio di una giostra infinita. Gerd Muller aveva la testa ancora sulle spalle, Beckenbauer barcollava ma restava stoicamente in campo. Gli altri, invece, cominciavano a perdere i colpi.

I giocatori di Italia e Germania nello stadio Azteca

Tarcisio Burgnich si trova nei pressi della zone del gol di Schnellinger. Capisce che la difesa teutonica non regge, prende una palla vacante e batte Maier. Per Burgnich è il secondo e ultimo gol in Nazionale in sessantasei partite. Non segnerà più.

Uno che invece segnava molto era Gigi Riva, che si produce in un formidabile assolo per battere il portiere tedesco. Mancava un minuto alla fine del primo tempo supplementare. Uno pari, vantaggio tedesco, vantaggio italiano.

Ma qui, nel secondo tempo supplementare, entra in gioco Gianni Rivera. “Golden Boy” per molti, “Abatino” per Gianni Brera, è l’uomo della polemica e l’eroe dello stadio Azteca. Tra l’altro, due anime concentrate in pochi minuti. L’Italia cambia campo e Rivera sale al rango di protagonista assoluto del secondo tempo supplementare.

Rivera era svogliato in fase difensiva. C’è qualcuno che gli attribuisce persino le colpe del gol di Schnellinger, chi invece vorrebbe Mazzola titolare fisso, senza se e senza ma. I “mazzoliani” della prima ora avranno che da insultare al gol del pari della Germania Ovest.

Calcio d’angolo per i tedeschi al quinto minuto del secondo tempo supplementare. Seeler la colpisce di testa. La palla sembra stia per uscire, ma il solito Gerd Muller impatta la sfera. Albertosi non interviene perché sa che a proteggere il suo palo c’è Gianni Rivera, in teoria.

Il capitano del Milan non fa una piega. Non si vuole spettinare. Non mette il petto e la palla entra. Italia-Germania 3-3. Nel video del gol si vede Albertosi imprecare in tutte le lingue del mondo verso l’Abatino. Rivera allora pensa tra sé e sé che è venuto il momento di farsi perdonare. L’unico modo, fare gol.

Passano pochi secondi tra il gol di Muller e quello di Rivera. Boninsegna prende palla, taglia la difesa teutonica con facilità impressionante. Al centro, tutto solo, c’è Gianni Rivera, lo stesso baluardo che voleva farsi perdonare con un gol per l’errore di pochi minuti prima.

La palla scorre lentamente al centro dell’area. Intorno a Rivera, il vuoto. Gianni colpisce la sfera di piatto destro, mandandola alla destra di Maier. Il portiere fa una scelta. Sceglie di buttarsi alla sua sinistra. Bene così. La palla va a destra, lenta come un goccia sul finestrino di una macchina. La rete si gonfia. Gol. Italia-Germania 4-3.

Yamasaki fischia la fine. Lo riscrivo. Italia-Germania 4-3. La storia ci insegna che poi partì una sorta di caccia all’italiano da parte dei tifosi tedeschi, che il Brasile ci asfaltò in finale e che perdemmo l’ultima edizione della Coppa Rimet, ma poco importa.

Oggi sono passati cinquant’anni. Il bambino dell’epoca è diventato un uomo, il signore anziano è in Paradiso e la donna ha raggiunto sempre più importanza sociale, nonostante si sia ancora molto indietro. La storia si evolve, crollano i muri, finiscono le dittature ma nascono altre guerre.

La storia si sviluppa ma resta, a volte come una cicatrice, altre come una carezza. Italia-Germania 4-3 fu un bacio sulla nostra fronte, come se quella partita fosse venuta a dirci che la vita è così bella, non svegliatevi col musone.

Oggi, davanti allo stadio Azteca, giganteggia la targa di quella partita, per ricordarci che Italia-Germania 4-3 “es el partido del siglo”. Mercato rionale messicano. Un uomo col sombrero sorride guardando quella targa. “Aqui! Aqui!”. Sì, uomo col sombrero. É successo proprio lì, cinquant’anni fa. Tanti auguri, partita del secolo.

La targa davanti allo stadio Azteca in Città del Messico dedicata a Italia-Germania 4-3

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