L’insostenibile leggerezza di essere Best

Ritratto del più grande calciatore nordirlandese di sempre: George Best.

George Best, tra i più forti calciatori di sempre

George Best, tra i più forti calciatori di sempre

Questa sera allo stadio Tardini di Parma scenderà in campo la nostra Nazionale. Sarà l’esordio valevole per le qualificazioni alla prossima Coppa del Mondo in Qatar 2022. Un match che sarà caratterizzato dal lutto al braccio, in memoria ai quattro azzurri scomparsi ultimamente: Anastasi, Bellugi, Prati e Rossi. Sarà un momento toccante, strappalacrime. Poi il fischio d’inizio sancirà l’apertura delle ostilità contro l’Irlanda del Nord. Ebbene, il destino è spesso beffardo e la prima cosa che viene in mente, se rapportiamo il lutto ai nostri avversari è, senza alcun dubbio, uno dei più grandi calciatori di tutti i tempi.

A braccio col destino, oltre al cordoglio, c’è anche un numero: il 25. Già, il maledetto 25 per il calcio, non solo per l’Irlanda del Nord. Nel novembre del 2020 è il giorno in cui esala l’ultimo respiro Diego Armando Maradona, la mano de Dios. Il destino ha davvero fatto un tiro mancino, sotto l’incrocio. Perché lo stesso 25 novembre ma dell’anno 2005, quel tiro a girare è per il più grande nordirlandese mai esistito. E allora oggi lo vogliamo ricordare, scrivendo di lui, mentre accanto teniamo un bel boccale ghiacciato di birra, dove la condensa inevitabilmente macchierebbe, se scrivessimo su pezzi di carta, le pagine su cui lasciamo che l’inchiostro corra via. Si, la china prenderebbe vita, sarebbe un meraviglioso pastrocchio, allegoria perfetta di colui che è il protagonista assoluto delle righe che verranno: George Best.

La carriera di George Best

Appena è possibile, date palla a George Best.

Matt Busby

Nativo di Belfast, la sua storia con il pallone inizia a quindici anni quando, sotto età, fa letteralmente impazzire i suoi avversari e viene notato dai talent scout del Manchester United. Quella frase famosa, credo di aver trovato un genio, di Bob Bishop all’allenatore Matt Busby, rimane nel mito della Best’s story. Nonostante sia restio a lasciare casa, lo conferma il fuggi fuggi appena trasferitosi in Inghilterra, si convince che se il calcio deve essere vita, allora deve abbandonare la sua terra.

Dopo un paio d’anni nelle giovanili, fa il debutto con i red devils a diciassette anni e in poco tempo diventa titolare e si prende la maglia numero 7. Contro il West Bromwich, infatti, si vede fin da subito il genio realizzare i desideri dello United sul prato dell’Old Trafford, quando recupera palla nella propria area di rigore, salta un uomo nonostante il pressing e lancia la sfera al compagno, un passaggio perfetto sui piedi di Denis Law. L’attimo seguente, nello stadio, è caratterizzato da un silenzio urlante, prima dei fragorosi applausi.

La presa del Manchester United

Dopo il primo anno esperienziale nel calcio che conta, dove segna subito sei gol, dal 1964 al 1972 entra sempre in doppia cifra, otto stagioni con una media di 20 gol all’anno. Fin dai primi anni si nota sul campo quanta prelibatezza calcistica respirino i suoi compagni e tutti coloro che lo guardano volare.

Il 1966 rimane nella storia per i quarti di finale della Coppa dei Campioni contro il Benfica. Di fronte a lui c’è un certo Eusebio, la Pantera nera, ma il risultato parla chiaro: 5 – 1 per gli inglesi. Il migliore in campo? George Best, un uragano. Apre le danze di pura astuzia, beffando il portiere in uscita con un colpo di testa; raddoppia con classe innata, partendo in progressione, un’accelerazione fuori dal comune, saltando i diretti avversari quasi deridendoli, e mettendo alle spalle del portiere lusitano Costa Pereira in diagonale sul secondo palo. È il 9 marzo del 1966, non ha ancora compiuto venti anni ed il mondo calcistico è praticamente ai suoi piedi.

Il Benfica è parte fondamentale della sua leggenda. Eccolo anche nel 1968, in finale, la partita più importante dell’anno e ancora una volta, sfodera una prestazione strepitosa. Questa volta finisce 4 – 1. Il gol di Best, quello del 2 – 1 è l’ennesima dimostrazione di raffinatezza del calcio, un tocco dolce al pallone che manda fuori giri l’avversario, una finta da playstation al portiere e palla depositata nel sacco. A fine stagione il riconoscimento mondiale arriva puntuale, è il Pallone d’Oro a ventidue anni, Best viene consacrato come il più forte di tutti.

Da calciatore a figura iconica

La vita senza calcio è un vuoto che non può essere riempito da un sostituto qualsiasi. Nel calcio si muore in mille modi, e si muore in mille modi senza il calcio

Matt Busby

Quello che accade negli anni a seguire, disegna poi la parabola di un uomo che da immenso calciatore, si converte esclusivamente a iconica figura degli anni ribelli dell’epoca, il ragazzo soprannominato El Beatle dopo la foto passata alla storia che lo ritrae, mentre scende le scalette dell’aereo con sombrero in testa, capello lungo al vento e sigaretta accesa. Eppure, nel 1972, già rallentato dall’alcool, contro lo Sheffield United regala un ultimo lampo di genio ai suoi tifosi, segnando un gol con una brillantezza impensabile, di una bellezza straziante, tagliando nel mezzo, saltando tutti i difensori possibili e lasciando partire un fulmine imparabile. Tutto questo prima di farsi un giro a Marbella e bere una bottiglia di vodka al giorno.

La sua carriera continua, ma non alza più un trofeo, né con la maglia del Manchester dove rimane fino al 1974, né negli anni a venire, dove gira per il mondo in cerca più di nuovi drink, cocktail o birre doppio malto da assaggiare, piuttosto che un pallone da accarezzare con i piedi e mettere alle spalle dei portieri avversari. Eppure, il gol più bello della sua carriera lo segna proprio in terra americana. In un lampo di ricordi nostalgici, vive un momento da Best, dribblando tre giocatori, anzi, ridicolizzandoli, come faceva da appena maggiorenne mentre domava il mondo del pallone, alzava coppe e segnava sei gol in una sola partita.

Il ritiro

Appende gli scarpini al chiodo nel 1984, venti anni di carriera, di cui meno di dieci giocati ad altissimi livelli. Il resto della sua vita li passa tra microfoni da telecronista, ospedali e locali dove bere, la cosa che sa fare meglio, calcio permettendo. Fino ad arrivare al 2005 dove un’infezione epatica lo porta via, non prima di dire le sue ultime parole: non morite come me, uno dei momenti più lucidi del campione nordirlandese, ormai attanagliato da crisi respiratorie e senza la sua compagna di vita: la bottiglia.

Ora è tra le nuvole, il posto dove Eric Cantona, altro grande simbolo del Manchester United, ha detto: “George Best nella sua prima seduta d’allenamento in Paradiso, giocando da ala destra ha fatto girare la testa a Dio, per sua sfortuna schierato terzino sinistro. Vorrei tanto mi tenesse un posto nella sua squadra. Best, non Dio…”. Sarà anche per questo che il Belfast City Airport è stato rinominato alla sua memoria, che dal 2006 l’Ulster Bank ha diffuso banconote da cinque sterline con stampato su di esse il suo volto, che a Belfast in Blythe Street c’è il murales più famoso che lo raffigura, un’arte piccola ma dall’immensa magnificenza, mentre in maglia rossa dello United vola palla al piede, libero e bellissimo come è sempre stato.

Il calcio di Best

Chi non ha potuto vedere dal vivo le gesta di un campione leggendario come lui, s’interroga spesso su chi fosse questo incredibile fenomeno del calcio, come giocasse ai tempi in cui tecnica, tattica, velocità, fossero lontane anni luce dall’essenza del calcio di adesso. Il suo agente, Ken Stanley, diceva che l’Inghilterra fosse un triangolo. La base erano i parchi e il calcio degli scolari, uno dei lati il campionato di calcio, l’altro la nazionale inglese, ma che Best fosse il vertice del triangolo, l’apice assoluto. La curiosità su cosa rappresentasse il campione è legittima, soprattutto perché gli esperti che hanno visto il pallone sessantottino, non possono fare a meno di affermare che il calcio di Best sia molto vicino a quello di oggi.

In un’epoca da almanacco, il nordirlandese proponeva un calcio simile al contemporaneo, con quell’atletismo che lo contraddistingueva, non tanto per la fisicità, quanto per la resistenza e la velocità. Usufruiva di queste skills, per volare letteralmente col pallone in mezzo ai piedi, controllandolo a testa alta e dribblando mentre guardava gli avversari, sbilanciandoli con finte, al tempo, di rara lettura. Tutto questo lo faceva su campi di calcio completamente diversi da adesso, non i manti erbosi che vediamo in televisione, ma terreni infami, alcune volte vicino al pantano. Solo questo può dare una vaga idea di quanto potesse essere forte Best, che usava la sua tecnica fuori dal comune per volteggiare sul fango, come Gollum per la via degli acquitrini e controllare ogni sua rapida giocata con un senso di equilibrio, padronanza del corpo e tecnica di base sensazionale. Inoltre, all’epoca si usavano palloni molto più pesanti.

Best precursore

Viene da riflettere su questo, se s’immagina George Best nel calcio di oggi. Vedremmo un folletto effettuare scorribande tra le difese avversarie, seminando il panico. Nel 2021, in un rettangolo di gioco tattico e strategico fino al midollo, i giocatori che più eccellono palla al piede sono quelli dotati di un istinto e intuito notevoli. Beh, George Best era così già all’epoca, la sua leggerezza nel giocare a calcio, derivava da un incompreso modo di vederne lo stesso, con mosse fantasiose al limite del possibile, fatte di un’estetica completamente in contrapposizione col calcio degli anni ’60, ma perfettamente amalgamata in quello di oggi. La grazia del suo essere calciatore derivava anche dal suo fisico, quella sua magrezza che, rapportato ai rocciosi difensori dell’epoca, gli permettevano di distinguersi sul campo.

L’assoluta e innegabile eccezione di bellezza calcistica era evidente anche nei mille modi di segnare. Tra pallonetti derisori, dribbling canzonatori, destri folgoranti e sinistri infidi, George Best era quella vipera d’area di rigore che si permetteva il lusso di trasformarsi in ghepardo quando si lanciava verso la porta, fino ad essere pavone quando le sue movenze prima di saltare l’avversario e correre verso la gloria, gli permettevano di aprire le sue piume a mo’ di ventaglio, uno spettacolo quasi innaturale, una magia.

E dire che Denis Law, suo compagno di squadra, lo paragonò ad un coniglio. Si, il coniglio imprevedibile. Colui che era in grado di eludere gli avversari in ogni modo possibile, con o senza palla, evolvendosi in lepre negli spazi aperti e divenendo imprendibile. Lo faceva anche in allenamento, perfino a fine carriera, e la sua follia era vederlo sbronzo e barcollante continuare a saltare tutti prima di caracollare sull’erba e ridere. Già, aveva una bella risata George Best che lasciava vedere quella sua velatissima timidezza e semplicità. Bizzarro e inaspettato, il suo modo di concepire il calcio era inatteso non solo nella varietà di realizzazioni, ma anche nel come calciava il pallone, come lo gestiva nei rimbalzi strani in quei campi di calcio fangosi, unendoli alle infinite scelte che aveva in serbo per gli avversari quando decideva che era il momento di saltarli con una finta piuttosto che un’altra.

Questo era George Best, il calciatore amato dalla palla stessa ed essendo soprannominato come il quinto dei Beatles, She Loves You, ne rappresentava la dannata storia d’amore quando le preferiva la bottiglia. Era un rivoluzionario del calcio passato, ma un perfetto modello del calcio moderno, dotato di accelerazioni improvvise e pause imprevedibili, il tutto mentre sembrava quasi parlare al pallone e sorridere agli avversari, un burlone concreto, un giocatore che difficilmente rivedremo su un campo di calcio.

Lui stesso diceva: “Io, Di Stefano, Pelè, facevamo divertire la gente. Si dovrebbe sempre scendere in campo sorridendo ed è quello che facevo io. Oggi invece è tutto troppo maledettamente serio, perché ci sono troppi soldi, perché se perdi è la fine del mondo. E ti dico che se tornassi in campo oggi, rifarei tutto allo stesso modo, giocherei per far divertire il pubblico, e basta”. Se il pallone gli fosse piaciuto più dell’alcool, probabilmente lo slogan: Maradona – good. Pelé – better. George – Best non sarebbe bastato oggi per comprendere gli stratagemmi del suo calcio.

CLICCA QUI per andare a PAGINA 2: “LE FRASI DI BEST”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Wordpress Social Share Plugin powered by Ultimatelysocial