L’insostenibile leggerezza di essere Best

Ritratto del più grande calciatore nordirlandese di sempre: George Best.

George Best, tra i più forti calciatori di sempre

George Best, tra i più forti calciatori di sempre

Best… phrases

Il mondo di George Best, i suoi svariati soprannomi, El beatle, Georgie, Geordie, Bestie, Belfast boy, The Genius, i suoi aneddoti, la sua vita trascorsa sempre al massimo, incosciente, troppa, sovversiva, disdegnosa del buon senso, sarebbero la stesura di un poema epico tanto quanto l’Eneide di Virgilio, ma con una conclusione lontana dal fuggire dopo la caduta della città di Troia, bensì sprofondare nella disfatta. In questo senso, Best appare più come il modello omerico di Achille. Già, piè veloce, ma anche a bere vino ed amoreggiare con Briseide. Per scrivere ogni sfumatura di Best, non basterebbe un articolo di giornale, servirebbe un tomo, quasi un’opera letteraria da donare al calcio.

Semplificare il mito non è semplice, perché Best, usando le parole dello scrittore britannico William Somerset Maugham, è la protesta romantica contro la banalità della vita quotidiana. Riassumerlo è quasi triste, come d’altronde la sua vita, ma sette delle sue iconiche frasi, come il primo numero di maglia che lo ha reso celebre, rendono alla perfezione ciò che è stato e sarà sempre George Best.

  1. Ho speso molti soldi per alcol, ragazze e macchine veloci. Il resto l’ho sperperato.

Perché Best è sempre stato un ragazzo inadeguato. La sua timidezza veniva sepolta dalla fuga verso il materialismo del sesso e dell’alcol per colmare il “vuoto terribile”, la depressione. Vissuto nei vizi, tra copertine di giornali, flirt, gioco d’azzardo, locali, belle donne, mentre indossava pantaloni a zampa di elefante, mostrava il viso ribelle, il carattere anticonformista. Le ragazze impazzivano per i suoi eccessi, un sex-symbol anarchico talmente popolare da ricevere 10.000 lettere ogni settimana mentre conquistava una Miss dopo l’altra e guidava macchine roboanti verso il traguardo dell’alcolismo. 

2. Tu sei il più forte di tutti ma solo perché io non ho tempo.

Era il 1976, si giocava Irlanda del Nord-Olanda, ma tutti guardavano Cruyff contro Best. Gli anni d’oro erano passati, George era sul viale del tramonto, eppure per un solo attimo tornò ad essere best in tutte le sue forme. Prese il pallone, saltò due uomini ma anziché volare verso la porta, virò verso il centro del campo e puntò l’olandese volante. Dopo una finta di corpo, lo umiliò con un tunnel e scaricò il pallone lontano. Best si girò, guardò Flying Dutchman negli occhi. Il resto fu quella frase. Storia, forse leggenda. A posto così.

3. Se io fossi nato brutto, non avreste mai sentito parlare di Pelé.

A lui piaceva stupire il mondo. Con quegli occhi azzurri era irresistibile, il vanto dell’Irlanda del Nord, l’immagine del campione sfrenato che ammalia il mondo. Nel ’66 Pelè lo definì come il giocatore più forte, subito dopo quel match in Portogallo contro il Benfica. Il rapporto con Charlton era tragicomico, visto che il capitano era stempiato e faceva casa e campo, mentre el Beatle, con il numero sette dietro le spalle, aveva i capelli lunghi, realizzava gol impossibili, era raggiante sull’erba, ma sempre pronto per tornare a Manchester e andare in discoteca a farsi acciuffare dalle donne, rappresentando la ribellione del ’68 al primo Night club verso la via di casa. Bello, dannato, ricco, iconico. E la frase su Pelè è forse la più autentica che abbia mai detto, se la sua priorità fosse stato il pallone, oggi il calcio avrebbe cambiato nome, si sarebbe chiamato Best.

4. “Qualche anno fa dissi che se mi avessero dato la possibilità di scegliere tra segnare un gol al Liverpool da ventisette metri, dopo aver saltato quattro uomini, e andare a letto con Miss Mondo, sarebbe stata una scelta difficile. Per fortuna, ho avuto entrambe le cose e soprattutto, una di queste cose l’ho ottenuta davanti a cinquantamila persone.”

George, fantasia, sconsideratezza e ironia, il primo giocatore di calcio a diventare un’icona. Tutti i suoi gol, non solo quello fatto al Liverpool, lo hanno resto la storia del Manchester. Charlton stesso ha detto: “La nostra storia gloriosa l’hanno fatta persone col carisma di Best. Ha arricchito le vite di chiunque l’abbia visto giocare”. Basta passare per i pub inglesi e chiedere al primo uomo anziano con indosso la sciarpa dei Red Devils: chi è stato Best? La risposta la si capirà dallo sguardo innamorato, come quello delle donne attratte dal capellone, i basettoni alla moda, le storie intriganti con Sinead Cusack e miss mondo Carolyn Moore. Prodezze sul campo e sotto le coperte, abilità di fare gol alla Best sul rettangolo verde e con lo sguardo suadente mentre trasgredisce.

5. Nel 1969 ho dato un taglio a donne e alcol. Sono stati i 20 minuti peggiori della mia vita.

Il suo talento innato nel fare frastuono era così grande da auto sommergersi dalla sua nomea. Perché Best fu sempre e comunque eccessivo sotto tutti gli aspetti, nelle notti senza fine aggrappato all’alcool dopo che poche ore prima aveva portato alla vittoria la sua squadra con giocate sopraffine. Se quei venti minuti fossero stati venti anni, il mito di Best sarebbe andato oltre, diventando pura esaltazione per il calcio. L’aneddoto più significativo invece fu quello in cui dichiarò che il miglior modo per riposarsi prima della finale di Coppa Campioni con il Benfica era dormire con una ragazza, Sue. Questo era Best, arrestato per aver rubato pelliccia, passaporto e libretto di assegni ad una donna di spicco dell’epoca, Marjorie Wallace.

6. Ero sempre più frustrato del fatto che l’arbitro lasciava che uno dei loro calciatori mi pigliasse a calci in ogni angolo del campo. Verso la fine della partita decise di ammonirlo ma io pensai che avesse aspettato troppo. Gli tirai un pugno al mento mentre l’arbitro l’ammoniva e venni espulso. Fu il cartellino rosso più appagante della mia carriera.

Perché il calcio di Best era tanto altro. In Coppa Intercontinentale contro l’Estudiantes de la Plata, fu una gara difficile e persa dagli inglesi, uno scontro tutto fisico y garra che innervosì Best, portandolo all’espulsione per reazione a gioco fermo. Ma non fu visto come sbagliato, anzi avvalorò la parola Best, una rappresentazione per la sua generazione, arricchita non solo dal calciatore fenomeno, ma anche dal cognome da predestinato, un semidio che rendeva tutto possibile, il centro del mondo per ispirazione di libertà, sguardo affascinante e calcio fuori dagli schemi.

7. Presi la palla sull’ala sinistra, scartai un difensore, poi un altro e un altro ancora, saranno stati quattro o cinque. A mano a mano che mi si presentava davanti un difensore, sembrava sempre più probabile che mi rubasse la palla e io sentivo di dover lottare per non spezzare il ritmo della corsa, come succede nei sogni quando stai cercando di scappare da qualcuno. Ma ogni volta arrivavo sulla palla per primo, la lanciavo un metro o due alle spalle dell’avversario, andavo a riprenderla e ricominciavo da capo. Alla fine, un difensore riuscì a prendermi palla, ma quell’azione era stata una cosa fantastica. Era come un’esperienza extracorporea, una sequenza di sogno, come se io volassi sopra il campo e guardassi un altro giocatore. Quando ripenso a quell’azione la rivedo sempre al rallentatore.

Il caro Busby che ci ha accompagnato in questa storia con le sue frasi, ne disse un’altra ancor più significativa: “Non modificategli il suo stile, non insegnategli niente. Lui è speciale”. George, l’assolutezza di essere Best. Era inutile pensare a chi, come e cosa fosse, bisognava solo concentrarsi su quello che faceva in campo. Lui fu il primo nel calcio a cambiarlo davvero, volle ricrearlo a sua immagine e somiglianza, sperimentandone un nuovo studio del bello, rendendolo migliore, anzi, best. Nonostante essere poi crollato e caduto nel mondo dell’alcool, le fotografie più belle di oggi rimangono quelle luci incomprese per quanto abbaglianti di un caposaldo del calcio secolare, dalle sue geometrie, agli originali ed astratti colpi a effetto, l’innovazione più grande che ha superato perfino Pelè, a detta sua. Lo disse anche Rudolf Nureyev che lo incontrò in un ristorante londinese. Chiedendogli un autografo, gli disse: “Lei è un artista”. E come tutti gli artisti, era tormentato, spaventato da sé stesso e dal mondo che troppo l’amava. George Best, l’uomo che ha dato un’anima alla figura del calciatore, un fenomeno fragile ma grande, solo ma sempre in compagnia. E se qualcuno non lo ha visto giocare, potrà senza dubbio vederlo ancora in un pub, mentre beve quel boccale di birra ghiacciato, accarezzando il pallone con il piede alla sua sinistra e sorridendo ad una miss sulla destra.

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