Vedat Muriqi, guerriero contro la guerra

Vedat Muriqi porta sulle spalle la storia del Kosovo.

Foto dal profilo Twitter FBTV (@fbtv)

Sguardo tirato, deciso, pronto per ogni battaglia sul campo. Fisico invidiabile, sinistro educato, ottimo colpitore di testa. Se c’è bisogno di un calciatore in grado di fare reparto da solo o di aiutare il proprio partner d’attacco nell’essere più libero dalle assidue marcature del calcio tattico di oggi, allora la scelta può facilmente cadere su Vedat Muriqi, centravanti moderno dal profilo più che interessante.

È ciò che ha pensato Igli Tare, il Direttore Sportivo della Società Sportiva Lazio. Lui se ne intende di attaccanti, ma ha un occhio di riguardo per quelli di una certa stazza. Visto il suo passato da calciatore, dove ricopriva proprio il ruolo del centravanti che fa salire la squadra e protegge con caparbietà il pallone spalle alla porta, si è letteralmente infatuato di questo “omone” di ventisei anni, rendendolo il secondo acquisto più caro dell’era Lotito, il tanto discusso presidente della Lazio, che ha sborsato poco meno di 20 milioni pur di farne suo il cartellino.

Il beniamino dal Kosovo

Muriqi è già un beniamino per i sostenitori biancocelesti, se non altro per la fantasia del tifoso medio già innamorato della sua storia extra calcistica e pronto a farne un simbolo per la Curva Nord, la parte più calda, quella che ama lo stile del “torna con lo scudo, o su di esso”.

There’s no honorable way to kill, no gentle way to destroy. There is nothing good in war. Except its ending

(Non esiste un modo onorevole di uccidere, né un modo gentile di distruggere. Non c’è niente di buono nella guerra, eccetto la sua fine) –

Abraham Lincoln

Quando citiamo Vedat Muriqi, è inevitabile, il primo pensiero va alle sue origini, alle radici kosovare caratterizzate da un’infanzia traumatizzante, causata dalla famosa guerra nei Balcani, dall’irruzione dell’esercito serbo, dalla sua fuga in Albania alla giovanissima età di sei anni.

“Stavamo in una casa in 50-55 persone e abbiamo dovuto dormire su delle bottiglie nella cantina per due giorni. Avevamo due litri di latte ogni giorno per sfamare 50 persone. Eravamo bambini e, quando chiedevamo del cibo, le nostre madri piangevano perché non avevano niente da darci. Mangiavamo pane e cipolle mattina, pranzo e cena. I serbi sono venuti anche da noi, hanno portato via oggetti di valore e denaro e ci hanno detto che avrebbero bombardato la nostra casa se non fossimo scappati entro due ore”

La storia calcistica e umana di Vedat Muriqi

Racconti di questo tipo fanno venire la pelle d’oca. Le sue parole concesse ai giornalisti turchi, paese che ha appena lasciato per approdare nel calcio nostrano, mostrano come Vedat abbia visto le ombre e gli angoli bui della vita. Quando si trattano argomenti di questo tipo, anche il calcio viene messo da parte. Potremmo star qui a decantare le sue doti da punta, un ariete capace di aiutare la squadra nella manovra e impensierire le difese grazie alla sua potenza e paragoni altisonanti con Lewandowski e Ibrahimovic sono un vero privilegio.

Si potrebbe raccontare della carriera avuta finora, dai primi campionati in Albania fino al girovagare in Turchia, arrivando al calcio che conta, quello del Fenerbahçe. Potremmo parlare di numeri con i quali Vedat vanta una media di un gol ogni circa tre partite che, se mantenuta, permetterebbe quei 10/12 gol fondamentali per la Lazio, quelli che sono sempre mancati per fare il salto di qualità definitivo, quelli per far rifiatare il bomber Ciro Immobile, fresco del premio “Scarpa d’oro”.

Ma a sentire le parole di Vedat, non possiamo tralasciare la sua infanzia.uello che Quello che ha dovuto passare fin da piccolo è ciò di più raccapricciante possa esistere, come per esempio vedere con i propri occhi i soldati serbi uccidere nel suo quartiere. La guerra è la cosa più terribile che possa accadere, è un incubo continuo e superarne il trauma, equivale a conoscere tutte le soglie del dolore, fisiche e mentali. Vincere la battaglia psicologica è più arduo di qualsiasi altra sofferenza.

La guerra nella mente

Lo smarrimento di sé stessi, le visioni traumatizzanti, respirare quell’aria malsana che sa di polvere da sparo, di cemento polverizzato e di fili elettrici che bruciano, cambia la propria vita per sempre. È l’odore della paura, non c’è nessun trattamento spirituale in grado di liberarti da questo né dalla tristezza che segna il proprio viso per sempre. È la guerra, imperversa nella mente, sfuggirne è impossibile. “Post fata resurgo“.

Ma a noi piace immaginare come Muriqi abbia visto la luce in quegli angoli bui e prima di essere divenuto un ariete, sia stato una fenice, risollevandosi dalle disavventure, dall’odissea della guerra, vincendo le avversità, prendendo in mano il suo destino e cominciando a sognare la felicità. E ce l’ha fatta. La sua faccia segnata ora è libera di sorridere, Muriqi ha trasformato quei sogni, li ha resi veri, concreti. Tanto reale è stata la guerra del Kosovo, quanto è vero che si è preso la Lazio, e il prossimo esordio in Champions League.  

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