#versolaFinale | Football is coming home? Non proprio: alla scoperta dell’Inghilterra di Southgate

L’Inghilterra è una nazionale solida, priva di una vera identità di gioco, ma ricchissima di talento e giocatori eccezionali. Basterà il palleggio azzurro a fermare i Leoni della Regina?

inghilterra

Quella che andremo a disputare a Wembley, in casa dell’Inghilterra, è ben più di una semplice finale.

Stadio loro.
Pubblico loro.
In un torneo itinerante, vedere una nazionale arrivare a giocarsi una finale, dopo aver disputato, tutte le partite (eccezion una) tra le proprie mura, solletica la fantasia di chi crede al destino.
In un torneo per nazionali, nell’epoca del VAR, vedere una squadra arrivare all’atto decisivo dopo un rigore così generoso, suscita nei superstiziosi i più disparati motti e scongiuri.
It’s coming home” , ma è realmente stato così? È mai stato così?
Suscita ilarità sentire quotidianamente le persone prendere sul serio un coro divenuto goliardico e di auto sbeffeggiamento. D’altronde gli inglesi hanno imparato la lezione: Essere presuntuosi non serve a nulla.

Dopo un inizio a rilento, Harry Kane è diventato l’ovvio trascinatore dei suoi [fonte @Euro2020]

Sin dai tempi in cui si rifiutavano di partecipare alle competizioni internazionali per club perché, a detta loro, il calcio era, è, e sarà sempre inglese. La superiorità delle squadre di sua Maestà non potrà mai essere messa in discussione. Salvo poi perdere contro una compagine francese o russa una volta messa la testa fuori dall’isola.

L’Inghilterra, da quegli anni passati, è cambiata tanto. La working class sul campo è rimasta la stessa. La voglia di lottare su ogni pallone, la cultura del football, il contatto con la gente, l’amore per la tradizione. Sono aumentati i soldi, è accresciuto il blasone delle squadre, il numero di campioni internazionali, le coppe vinte.
Però, la nazionale, nonostante la moltitudine di campioni, è sempre rimasta povera di trofei. Da Scholes a Gerrard, passando per Lampard, Yorke, Owen, Ferdinand, Joe Cole, Beckham, fino agli attuali talenti. Tanti nomi blasonati, ma poco arrosto.
Sarà il non aver mai avuto un tecnico all’altezza, o magari la sfortuna di alcune annate, ma i fatti parlano chiaro, e questa edizione, pertanto, potrebbe rappresentare un punto di svolta di una decennale tradizione negativa.

La squadra di Southgate, nonostante l’approdo in finale, non ha mai dimostrato una vera maturità di gioco. Nei momenti di crisi si è lasciata trascinare dalle individualità. Avere Sterling, Kane, Mount, Grealish, Sancho, Rashford, è un lusso per tutte le nazionali del mondo. Anche dietro, nonostante i nomi non troppo altisonanti, i ragazzi dei tre leoni si sono dimostrati ampiamente all’altezza, rivelandosi la squadra con la miglior difesa della competizione.
Il gioco poco fluido, le azioni che vanno a fiammate, sono il frutto di un’assenza di identità chiara e definita.
Il 4-2-3-1 o 4-3-3 di Southgate, grazie alla presenza di Rice e Phillips, ha dato equilibrio ad una squadra costantemente (almeno sulla carta) votata all’attacco.

La formidabile cerniera di centrocampo inglese [fonte @Euro2020]


I due mediani, infatti, sono il cuore pulsante della nazionale, ancor più di altri ragazzi abituati a palcoscenici ben più provanti. L’Inghilterra, d’altronde, non è una squadra basata sul possesso palla. I due ragazzi a fare da schermo sono dinamici, bravi con i piedi, ma rispetto ai palleggiatori azzurri, ci sono alcuni livelli di differenza. Il gioco deve essere mandato in fascia, pertanto. Palla ai fantasisti, cerchiamo la giocata, la profondità, la verticale. Improvvise fiammate volte ad incendiare la trequarti campo avversaria.

L’abilità principale dell’Inghilterra, oltretutto, non risiede solo nel sapersi difendere ordinatamente e avere la lucidità di ripartire sempre adeguatamente con i propri esterni follemente votati al Dio del dribbling, ma anche il saper martellare l’avversario nei momenti di difficoltà.

Poco importa che tu sia la Germania, la Danimarca o l’Ucraina. L’Inghilterra, appena ha modo, inizia a picchiarti ripetutamente. Come un vecchio pugile di Leeds che, dopo averti messo all’angolo grazie ad un estenuante gioco di gambe, inizia a colpirti fino a farti aprire la guardia. Molti colpi, pochi letali, ma tanto basta per mandare in confusione l’avversario e morderlo quando necessario. D’altronde, quando hai gente come Harry Kane in avanti, puoi permetterti il lusso di creare non troppe palle gol.

L’Italia, dal canto suo, dovrà essere brava ad imporre il proprio gioco. Il dinamismo e la forza fisica inglese è superiore, è vero, ma la velocità di cambio di gioco, di palleggio, la tecnica, la bravura di saper giocare corti e organizzati, sono armi letali per la compagine di Sua Maestà.

God save the queen? Dio solo lo sa, e per questo non ci resta che attendere una delle finali più particolari della nostra epoca.

Siam pronti alla morte, l’Italia chiamò.

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