Valentino Rossi e la sua lotta contro il tempo: “Mi piace come mi sento”

Il campione di Tavullia si racconta in una lunga intervista alla Gazzetta dello Sport

Valentino Rossi sul circuito di Losail in Qatar [foto @ValeYellow46]

Valentino Rossi, “The Doctor”, è il pilota che più di tutti ha segnato un’intera generazione di appassionati e che per loro rappresenta e incarna il mondo delle corse su due ruote. Oggi ha 42 anni e non ha intenzione di fermarsi. Vuole lottare e correre, desidera continuare a fare quello per cui è nato e sarà ricordato.

In una lunga intervista alla Gazzetta dello Sport il 9 volte campione del mondo ha parlato della sua brillante e vincente carriera. Non ha nascosto di provare ancora rimpianti per episodi del passato e soprattutto ha rinnovato la sfida all’avversario più spietato di sempre: il tempo.

Dopo 26 anni di carriera Vale è l’unico nella storia del motomondiale che può vantare almeno un titolo in quattro classi differenti (1 in 125, 1 in 250, 1 in 500 e 6 in MotoGP). È una pietra miliare di questo sport, l’ultimo pilota con la corona iridata della 500 e il primo campione in MotoGP.

Lo si potrebbe definire “eroe dei due mondi” proprio come quel Giuseppe Garibaldi che per noi italiani rappresenta un simbolo di unità nazionale. Al generale e condottiero nizzardo viene attribuito questo epiteto in virtù dei suoi successi sia in Europa che in America Latina (specialmente in Brasile e Uruguay).

Per Valentino i due mondi non sono da intendersi su un piano spaziale piuttosto sono da ricercare in una dimensione temporale. Il Dottore ha caratterizzato il suo tempo: è ed è stato un emblema del motociclismo di fine XX secolo e di inizio del XXI, un autentico traghettatore tra questi due mondi. Un moderno eroe della nostra nazione e della nostra epoca.

“Sono stato il primo pilota moderno della MotoGP”

Il campione di Tavullia è consapevole del ruolo che ricopre e di quello che rappresenta per i tifosi e per i piloti di questo sport. Sa di essere stato un’apripista e questo lo riempie di orgoglio.

Io sono stato il primo pilota moderno della MotoGP, ho fatto tante cose per primo, che sono diventate un insegnamento per tanti piloti di adesso. Ho iniziato giovanissimo, ma io a 20 anni ero già in 500 e la mia strada è stata seguita poi da tutti. Ci sono un po’ di cose che io ho fatto e a cui tutti hanno guardato” ha dichiarato alla Gazzetta.

Inevitabili le domande sull’età che avanza e su quello spettro del ritiro dalle corse che aleggia già da tempo. Ma Rossi sa quello che fa e sa quello che può ancora dare. Ha un modo di vedere il mondo delle corse che per forza di cose è più emotivo e diretto di tutti quelli che lo vedono da fuori. Vuole lottare contro il tempo proprio come fa quando scende in pista con ragazzi che hanno una ventina di anni meno di lui.

Forse il mio modo di pensare è diverso. A me piace come mi sento, la sensazione, l’adrenalina che mi dà vincere, andare sul podio o solo fare una bella gara. Sto bene per qualche giorno. Mi piace quella sensazione lì. So benissimo che alla fine il tempo l’avrà vinta, purtroppo per tutti è così, ma provo con tutte le mie forze a rendergliela il più difficile possibile, ecco. E questo è il solo motivo per cui ancora corro. […] Secondo me, quello che perdi smettendo di fare quel che ti piace di più, è più di quello che guadagni nello smettere quando sei all’apice della carriera. E comunque non sai mai se è veramente finita: nel 2013, al ritorno in Yamaha, per tutti ero già finito. Invece, se non mi avessero rubato il Mondiale, nel 2015 ne avrei vinto un altro, sarebbe stato il decimo“. 

Luci e ombre del passato

Alla domanda su quali fossero le stagioni per lui più speciali VR46 non ha potuto che nominare per prima quella del 2001, l’ultima stagione della classe 500 in cui fece terra bruciata dei suoi avversari con la Honda non ufficiale del team satellite Nastro Azzurro. Un’impresa che in virtù dei successivi trionfi in MotoGP lo ha consacrato come il pilota più vincente in diverse categorie. E poi i ricordi dei titoli del 2004 e del 2008 con la Yamaha.

Il 2001, perché era l’ultimo Mondiale della 500 e quindi l’ultima possibilità di farcela: una battaglia all’ultimo sangue con Biaggi, stupenda. Poi il 2004, con la vittoria all’esordio a Welkom con la Yamaha. Sportivamente la più bella. E il 2008: per molti ero già finito, vecchio. Invece passando alle Bridgestone ho battuto Stoner“.

Ma parlando del passato c’è anche spazio per episodi da dimenticare. Occasioni che se si potesse tornare indietro Vale farebbe di tutto per cambiare nell’epilogo come l’ultima gara del 2006: a Valencia a causa di una caduta nelle fasi iniziali arrivò solo 13o al traguardo perdendo così il mondiale a favore del compianto statunitense Nicky Hayden.

“Valencia 2006. Lì ho buttato via un Mondiale che avrei potuto vincere e sarebbero stati 10 comunque, anche dopo il furto del 2015″.

“Siete sempre i soliti italiani”

Il campione marchigiano ha raccontato anche un simpatico retroscena dei due giorni trascorsi con il re della F1 Lewis Hamilton.

“Belli quei due giorni con Lewis a Valencia (si sono scambiati moto e auto; n.d.r.), abbiamo parlato, siamo stati a cena, passato tempo assieme. Ricordo che alle 9.15 del mattino, noi avremmo dovuto iniziare a girare alle 9 e io naturalmente ero in ritardo, hanno bussato, ho aperto e c’era Hamilton vestito da… Hamilton, con la tuta da F.1: “Oh, dai che è tardi, siete sempre i soliti italiani”.

Il Tourist Trophy e la vecchia generazione

Nell’intervista si è avuto anche modo di parlare dei vecchi miti del passato come Giacomo Agostini, Mike Hailwood e Kevin Schwantz. È stato ricordato a Valentino come la sua generazione non abbia mai corso al Tourist Trophy (TT), circuito sull’isola di Man che dal 1949 fino al 1976, quando venne escluso dal motomondiale a causa dell’eccessiva pericolosità, fu valido come GP di Gran Bretagna. Affascinante ma davvero troppo rischioso: al 2015 ha fatto registrare ben 143 vittime. Simbolo di altri tempi che nemmeno Vale, per quanto attratto dalle sue curve, si pente di non aver vissuto.

“Ci ho fatto un giro con Agostini e in quel giro ho capito perché, nonostante sia così pericoloso, il TT è così bello, così mitico. Fa veramente paura, è stupendo. Ma no, non mi sarebbe piaciuto correrci, è veramente troppo pericoloso“.

Il presente e uno sguardo al futuro

Dal passato al presente il 9 volte iridato, apparso in difficoltà nei primi tre appuntamenti stagionali, ci ha parlato del suo nuovo team e dell’ambiente giovane e ambizioso in cui sta lavorando.

“Non voglio sputare nel piatto dove ho mangiato, stavo bene anche nel team Yamaha ufficiale. Però in Petronas si sta molto bene, c’è una bellissima atmosfera, tanti ragazzi giovani, un team ruspante. È molto inglese, di base sono diversi da italiani e spagnoli, però è figo star qui. La mattina mi dà gusto entrare nel box, ci sono persone che danno l’anima”.

Restando sui giovani non poteva mancare un suo commento sulle emozioni che prova gareggiando in pista contro il fratello Luca Marini (al suo primo anno nella classe regina) in forza al Esponsorama Racing Team.

Ci piacerebbe lottare assieme, come domenica in Portogallo, ma per posizioni importanti“.

Insomma Vale è un campione di altri tempi che corre anche nella nostra epoca, un pilota che lotta contro l’età per raggiungere risultati anche in futuro. Un uomo che non ha intenzione di fermarsi e che farà di tutto per regalarsi e regalarci ancora emozioni.

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