Bruninho, chirurgo della pallavolo. La precisione al servizio della squadra.

Il ritratto di Bruninho, il chirurgo della pallavolo.

Foto dalla pagina Facebook di Bruninho Rezende

Ci sono persone che nascono con una vocazione ben precisa: giocare a pallavolo. E quando li vedi, li riconosci. Passione, determinazione, costanza, voglia di vincere, carattere e la giusta dose di rabbia da tirare fuori al momento opportuno. In una parola, campioni. Oppure, detto più semplicemente, Bruno Rezende, alias “Bruninho”. Che sia un campione, lo abbiamo visto tutti. Ma qui carta canta, perché nel suo palmarès appaiono decine di trofei e premi individuali.

Bruno Mossa de Rezende nasce a Campinas, un comune dello Stato di San Paolo, il 2 luglio del 1986. Cresce a pane e volley, perché i genitori gli trasmettono questa passione. Il padre, Bernardo de Rezende e la madre Vera Mossa sono entrambi ex giocatori professionisti.

“Bruninho” sceglie di giocare a pallavolo dopo aver provato altri sport perché “per giocarlo bene devi essere una persona generosa, pronta a collaborare, attenta a esigenze e caratteristiche dei compagni”.

Dal 2003 al 2014 gioca in Brasile, con diverse squadre, vincendo cinque campionati, un campionato sudamericano, tre World League, un mondiale per club e un argento olimpico a Pechino. La freccia di Cupido che lo lega al Bel paese scocca nel 2011 con l’infortunio del palleggiatore titolare del Modena Volley e dopo una parentesi carioca, lo richiama nel 2013 a tornare in Italia, ancora al Modena.

È nel periodo italiano (2013-2016) che arriva la massima soddisfazione per lui, l’oro olimpico, colorato tutto di giallo e verde, conquistato a Rio nella XXXI edizione. L’anno di gloria assoluta è la stagione 2018-2019 in cui è ingaggiato dalla squadra marchigiana di Civitanova, la Lube Volley. In un anno solo vince tutto: scudetto, Champions League e mondiale per club; in pratica, il triplete. Viene anche premiato come miglior giocatore e miglior palleggiatore del mondiale per club.

Bruno è veloce, imprevedibile, imprime al gioco un che di fluido che non tutti sanno dare. Dimostra capacità difensive sia a muro che a fondo campo. Spesso si è anche improvvisato attaccante e non di rado stupisce avversari e compagni con tocchi insidiosi che piombano nel campo avversario senza alcun preavviso. Ma è anche una persona che sa farsi amare e rispettare, che sa mettersi in discussione in ogni partita per adattare il suo stile di gioco ai compagni che ha attorno.

È ben cosciente della responsabilità che hanno le sue mani nei confronti di tutti e cinque i compagni in campo. “Il palleggiatore ha l’intera strategia della squadra nella propria testa e nelle proprie mani. È una grande responsabilità”, afferma ai microfoni di Sky. È un capitano, un campione.

Ecco, tutto questo, ad ottobre ci mancherà. Bruno ha lasciato la squadra marchigiana per tornare in Brasile.

“In un regista ho bisogno di trovare qualcuno che mi rassicuri e che sia capace di stimolarmi, trovando in me qualcosa che io stessa ignoro”.

Ornella Muti dà voce ad un pensiero che frulla nella testa di ogni attaccante del sestetto in campo, ma che è diventato realtà per quelli che hanno avuto l’opportunità di giocare con Bruninho. Lo rivedremo ancora vestire la maglia del suo Paese e torneremo ad emozionarci per la fantasia esplosiva che rende quegli 81 metri quadrati la sua sedia di regia.

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